La lotta per un’Europa di inserimento sociale
Introduzione
L’attuale maggioranza politica nell’Unione Europea sostiene con forza una globalizzazione economica di stampo neoliberista. Nell’ultimo decennio, tuttavia, il più rapido ritmo di globalizzazione ha portato ad un forte incremento delle disuguaglianze sociali in UE e nella maggior parte degli Stati Membri, favorendo una gara al ribasso delle norme sociali tra gli Stati Membri ed una deleteria competizione fiscale che riduce i fondi dei governi a tutti i livelli, mettendo a rischio il finanziamento dei servizi sociali di base. Fino al 2005, l’UE ha supportato con vigore un simile corso attraverso una rigida politica di limitazione del rapporto decifit-bilancio in nome della stabilità monetaria, riducendo il margine di manovra degli Stati Membri per le politiche sociali di redistribuzione. Le conseguenze di una simile politica minacciano il modello solidale che è alla base dell’UE.
I Verdi lottano per una società basata sul principio dell’inserimento, le cui colonne portanti siano una nuova e migliore Agenda di Lisbona che tenga conto di obiettivi di sostenibilità sociale ed un Patto di Crescita e Stabilità che promuova una migliore spesa pubblica, ovvero, investimenti di elevata qualità con obiettivi sociali ed ambientali vincolanti. Le norme di mercato interne non dovrebbero mai consentire di calpestare i diritti fondamentali o di ostacolare un corretto funzionamento dei servizi di interesse generale, ovvero servizi pubblici che soddisfino le esigenze quotidiane della popolazione quale istruzione e trasporti. L’UE deve agire contro le pratiche di “social dumping” negli Stati Membri e creare un quadro di equa tassazione delle aziende e l’eliminazione dei paradisi fiscali.
L’UE ha anche il dovere di tutelare l’accesso universale a servizi di interesse generale che siano alla portata di tutti quanti risiedono nell’Unione e di incoraggiare i suoi Stati Membri a garantire a tutti i loro cittadini un reddito dignitoso, al di sopra della soglia di povertà. Deve garantire che le leggi antidiscriminatorie europee siano pienamente applicate in tutti i suoi Stati Membri e che gli attuali divari fra sessi non siano più tollerati. I Verdi vogliono anche una direttiva quadro UE a tutela dei consumatori.
Elementi chiave e cifre
La più diretta conseguenza dell’esclusione sociale è la caduta in povertà. Attualmente, 76 milioni di cittadini UE vivono al di sotto della soglia di povertà, definita come il 60% del reddito medio del paese, e 36 milioni di persone sono a rischio di povertà. Uno su cinque giovani al di sotto dei 18 anni è o rischia di vivere in povertà.
Tutti gli Stati Membri hanno una forma di assistenza sociale per i cittadini indigenti. Simili schemi, tuttavia, variano di molto e al momento non vi sono norme paneuropee, soprattutto per quanto concerne il livello di sussidi al di sopra della soglia di povertà.
La spesa pubblica può essere radicalmente equilibrata per sostenere ancora obiettivi politici di inclusione sociale, se gestita secondo intelligenti metodi anticiclici. Nell’attuale crisi economica, la spesa pubblica è stata riesaminata per stimolare l’economia. Per un decennio, invece, l’UE ha cercato di limitare la spesa pubblica con il Patto di Crescita e Stabilità, il cui obiettivo primario era la sostenibilità della finanza pubblica. Conseguenza di ciò è stato un deciso calo della spesa pubblica. Tutti gli Stati Membri, esclusi Regno Unito, Portogallo e Slovenia, hanno ridotto la propria spesa pubblica in termini percentuali del PIL. E se nell’area euro è calata dal 51% del 1996 al 47% del 2006, in alcuni paesi il taglio è stato ancor più drastico, con la Svezia che tocca ad esempio quasi il 10%. In alcuni nuovi Stati Membri, le percentuali di spesa pubblica sono così basse che riducono lo scopo dell’azione politica di governo, ad esempio la Romania con il 32%.
Ma se la solidità dei bilanci pubblici è importante, altrettanto importante è sottolineare che il calo della spesa pubblica colpisce perlopiù programmi di protezione sociale che rappresentano mediamente quasi la metà di tutte le spese pubbliche UE. Le differenze tra gli Stati Membri si stanno acutizzando. Valutata in rapporto al PIL, la spesa pubblica per la protezione sociale è meno del 10% in Irlanda e Lettonia, rispetto ad oltre il 22% in Svezia, Danimarca, Francia e Germania.
La concorrenza tra gli Stati Membri per quanto concerne condizioni fiscali vantaggiose per le aziende assume un ruolo importante per il reddito pubblico che non è cresciuto di pari passo alla crescita della produttività imponibile. Nella media UE, le aliquote fiscali per le aziende sono scese dal 35% del 1995 al 25,9% del 2006. Ed anche l’evasione fiscale contribuisce a colpire il redito pubblico. Centinaia di miliardi di euro di reddito imponibile svaniscono ogni anno nei 44 paradisi fiscali indicati dall’OCSE (2004), 4 dei quali sono membri dell’UE (Cipro, Irlanda, Lussemburgo, Malta).
Il “social dumping” è diventato un problema grave in una società in cui il denaro si muove alla velocità della luce ed i lavoratori sono diventati solo una voce del capitale di una società. Le aziende cercano spesso di sfruttare i lavoratori assumendo lavoratori stagionali o trasferendo la produzioni in luoghi più economici. Di recente, la Corte di Giustizia Europea (CGE) ha sentenziato in tre casi di social dumping (Rüffert, Laval,Viking Line) che la libertà di movimento di servizi può avere la priorità nell’ambito dell’attuale legislazione europea sul rispetto di accordi salariali tra partner sociali.
Conseguenze dell’inazione
La sostenibilità sociale non può essere raggiunta se l’UE continua a permettere una distribuzione non equa della crescita economica. Povertà ed esclusione sociale minano ogni obiettivo politico di accesso alla vita sociale e democratica e partecipazione alla società – una circostanza scandalosa per le società ricche. I divari fra sessi negli ambienti di lavoro minacciano ogni azione di lotta alla povertà infantile.
Se non premiamo per un’Europa sociale, avremo importanti conseguenze politiche sul piano dell’accettazione pubblica dell’UE, soprattutto in un periodo di forte crisi economica, quale quello attuale, promuovendo una percezione di sfiducia tra gli Stati Membri ed addirittura un ritorno ai nazionalismi.
Basse aliquote fiscali per le aziende sono inaccettabili finché la crescita economica non estende la base imponibile complessiva. Nei periodi di recessione una bassa pressione fiscale sulle aziende ha un effetto sproporzionato sulla finanza pubblica rispetto alle perdite temporanee da altre forme di tassazione, comportando una sorta di povertà istituzionale dei governi. La povertà aumenterà ed il reddito sarà distribuito in maniera ancor meno equa. I servizi sociali e sanitari saranno trattati alla stregua di qualsiasi altro servizio commerciale e non saranno più accessibili ai fruitori più vulnerabili.
Fattibilità nel contesto UE
Le competenze sulle politiche sociali restano perlopiù agli Stati Membri. Laddove vi è competenza della Comunità, il Consiglio delibera spesso all’unanimità ed il PE è solo consultato.
Dal 1999, il PE ha diritto di codecisione su tutte le decisioni di applicazione relative al Fondo Sociale Europeo (FSE). In più, il diritto di codecisione del PE è stato esteso alle misure atte ad agevolare l'esercizio del diritto dei cittadini di circolare e soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri, alla sicurezza sociale per i lavoratori migranti comunitari e alla lotta all’esclusione sociale. Sono stati inoltre rafforzati i poteri codecisionali del PE in materia di pari opportunità.
Nel 2000 fu introdotto il “Metodo aperto di coordinamento” (MAC) per la politica del lavoro e la tutela sociale. Si tratta di una procedura intergovernativa (di contro al tradizionale metodo comunitario) per cui gli Stati Membri traspongono le linee guida del Consiglio dei Ministri nelle politiche nazionali, concordano benchmark per valutare la migliore pratica e monitorano i risultati. Il MAC funziona per “peer-review”, ovvero revisione degli altri stati, ed è a cura degli Stati Membri.
Il nuovo Trattato di Lisbona cambierebbe sostanzialmente le procedure di voto del Consiglio. Quasi tutte le questioni sarebbero soggette a decisioni a maggioranza piuttosto che all’unanimità. Ciò faciliterebbe l’introduzione di nuove norme e direttive a livello UE. Il PE avrebbe poteri codecisionali su Servizi di Generale Interesse Economico. Il Trattato di Lisbona presenta anche un articolo che consentirebbe l’adozione di una direttiva quadro sui servizi di interesse economico generale e un Protocollo di tutela dei diritti degli Stati Membri di organizzare i propri servizi di interesse generale.
La lotta alla discriminazione per motivi di sesso, razza o origine etnica, religione o fede, handicap, età o orientamento sessuale è di piena competenza dell’UE.
Dal 1992, la tutela dei consumatori è tra le competenze della Comunità e prevede la codecisione per tutte le misure relative ad un più severo allineamento della legislazione degli Stati Membri per la creazione di un unico mercato, laddove riguardino la tutela dei consumatori.
Conquiste verdi 2004-2009
- Direttiva sui servizi Bolkestein I Verdi hanno combattuto il “principio del paese d’origine” ottenendone l’eliminazione. Il principio avrebbe sancito che le norme applicabili ai fornitori di servizi sarebbero quelle del loro Stato Membro e non quelle dello Stato Membro in cui i servizi sono forniti. Ciò avrebbe comportato una corsa al ribasso sul piano delle norme sociali e sulla sicurezza e incertezza economica per i consumatori.
- Patto di Crescita e Stabilità I Verdi hanno osteggiato il suo approccio generalizzato di “one size fits all”, orientato esclusivamente ad obiettivi quantitativi ed hanno insistito per una maggiore flessibilità nel corso del riesame del 2005, ovvero autorizzando spese anticicliche e tenendo conto della qualità della finanza pubblica. Ciò consente investimenti pubblici a lungo termine, come quelli atti a separare la crescita da consumo energetico, trasporti e uso risorse, nonché investimenti necessari a raggiungere gli obiettivi di Kyoto.
- Strategia di Lisbona I Verdi hanno difeso la pari importanza di tutti i fattori definiti a Göteborg nel 2001: crescita economica, coesione sociale e tutela dell’ambiente. Abbiamo fortemente criticato la Commissione Europea quando ha rinunciato al pilastro ambientale della strategia del 2005, riducendoli alla sola crescita e occupazione.
- Sicurezza del lavoro I Verdi hanno votato contro la relazione del Parlamento “Flexicurity”. La relazione promuoveva idee neoliberiste di flessibilità dei lavoratori piuttosto che aumentare la sicurezza dei lavoratori per promuovere la flessibilità.
- Lotta alla discriminazione I Verdi hanno spinto la Commissione a mantenere la promessa fatta nel 2004 di proporre una direttiva antidiscriminatoria e nell’ambito del PE hanno garantito che la Direttiva sia quanto più vasta e coerente.
Cosa vogliono i Verdi
- I Verdi vogliono una clausola sociale nei Trattati che dichiari che i diritti fondamentali hanno sempre la priorità sui diritti del mercato. Ciò sancirebbe la priorità della politica sociale sulla politica economica.
- I Verdi vogliono una direttiva quadro sui Servizi di Interesse Generale che garantisca che le amministrazioni pubbliche a tutti i livelli siano in grado di definire, organizzare, finanziare e valutare i propri servizi di interesse generale.
- I Verdi chiedono una direttiva che tuteli i Servizi Sanitari e Sociali dalla legislazione in materia di mercato e concorrenza a livello UE. Detta Direttiva dovrebbe garantire che gli attori sociali possano offrire un livello locale senza interferenze UE.
- I Verdi vogliono una convergenza delle aliquote fiscali per le aziende in un range ragionevole, compresa un’aliquota fiscale minima per le aziende. I Verdi chiedono che la base imponibile comune consolidata (CCCTB) proposta dalla Commissione sia orientata verso un simile obiettivo.
- I Verdi vogliono una Direttiva sui Diritti dei Consumatori con standard elevati, che preservi il diritto degli Stati Membri di applicare standard anche superiori a quelli imposti dalla legge comunitaria.
Bibliografia
- riesame 2008 delle tendenze sociali nei paesi dell’UE sul piano della protezione e inclusione sociale
- elementi e cifre della relazione annuale 2008: CE Memo/08/625 del 16 ottobre 2008
- cifre sulla spesa pubblica degli Stati Membri in un confronto tra il 1996 e il 2006:
- sull’evoluzione delle aliquote fiscali per le aziende in UE cfr. tabelle in:
- sugli Schemi di Reddito minimo garantito negli Stati Membri dell’UE:
- sul fondamento legale della politica sociale e del lavoro dell’UE e sul ruolo del Parlamento Europeo in detto ambito:
- sul Metodo aperto di coordinamento dell’UE nei settori della Protezione sociale e Inclusione sociale:
- sulle pari opportunità: Summit europeo 2008 sull’uguaglianza di uomini e donne nella vita lavorativa
Siti utili
Piattaforma sociale delle ONG europee:
Rete Europea contro la Povertà:
Fondazione Eurofound:
Rete per la Giustizia Fiscale
I Verdi nel Parlamento Europeo
- Consulente sul mercato interno: Stany Grudzielski, tel: 0032 2 2831455, Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.
- Consulente sulla politica economica: Inès Trepant, tel: 0032 2 2831454, Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.
- Consulente sulle politiche sociale e del lavoro: Philine Scholze, tel: 0032 2 2832154, Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.
- Consulente sugli affari femminili: Elisabeth Horstkoetter, tel: 0032 2 2843925, Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.






