
Inutile il tentativo di ingabbiare la falla. La Bp cerca invano di ridurre i danni provocati dalla marea nera. Gli ecologisti: «Ogni giorno 26.500 barili di greggio in mare. Disastro peggiore della Exxon Valdez»
Barriere di capelli umani, palline da golf e balle di fieno. Questi sono solo alcuni dei rimedi che le amministrazioni americane hanno ideato per fermare la marea nera nel Golfo del Messico. La Bp ha inoltre aperto un sito rivolto al pubblico per raccogliere consigli e suggerimenti. Questo fa capire quale sia il grado di incertezza sui rimedi per combattere l’avanzata del petrolio: «Quello che abbiamo fatto finora», ha confessato alla Cnn Doug Suttles, direttore operativo della compagnia britannica, «è seguire percorsi paralleli perché non abbiamo idea di quale funzionerà». Quindi per il momento, fallito il primo tentativo di ‘imbottigliare’ il petrolio con la cupola a causa delle temperature artiche degli abissi, continuano le indagini per scoprire le origini dello scoppio che il 21 aprile ha causato l’affondamento
della piattaforma Horizon Deepwater. Pare che qualcosa sia andato storto durante la procedura di perforazione, denominata “cementing”, una tecnica che avrebbe dovuto garantire l’integrità delle pareti del pozzo. La perforazione è subappaltata alla multinazionale texana Halliburton, sulla quale si stanno concentrando le attenzioni per via di un dispositivo di sicurezza, il blowout preventer, che non avrebbe funzionato a causa della profondità elevata. Secondo quanto riferisce il Wall Street Journal, già in una regolamentazione federale del 2004 si chiedeva agli utilizzatori se il dispositivo fosse in grado di lavorare in condizioni di acque profonde. Non pervenne nessuna risposta. E, nonostante le preoccupazioni manifestate, la Mineral ManagementService - la società che regola le trivellazioni offshore - non ha mai predisposto un nuovo regolamento per rafforzare i requisiti del settore. Inoltre era assente anche un dispositivo acustico che, sebbene non sia obbligatorio, è fortemente consigliato in operazioni del genere. Ora al centro dell’inchiesta sono coinvolte Bp, Halliburton e Transocean, la società svizzera operativa sulla piattaforma. Anche la Cameron International, la compagnia che ha prodotto il dispositivo
di sicurezza, è oggetto di interrogazioni. In attesa di un verdetto ufficiale, continuano le azioni di navi che asportano lo strato superficiale di petrolio attraverso l’ausilio di sostanze chimiche disperdenti dal preoccupante impatto ambientale e con gli incendi controllati del greggio, che liberano nuvole nere nell’aria. In questo clima tossico e di grave incertezza, l’ondata continua a spostarsi verso la più grande palude americana, la baia di Atchafalaya in Florida, minacciando piante e animali della zona. SkyTruth, un sito di un’organizzazione ambientalista americana, si scaglia contro gli operatori della Bp, i quali ammettono di non conoscere l’entità della perdita: secondo l’associazione ogni giorno finiscono in mare 26.500 barili di greggio. La fonte sono foto satellitari e mappe che la Guardia Costiera ricava dal sorvolo dell’area. La marea nera del Golfo del Messico, stando a questi dati, avrebbe superato già dal 1 maggio scorso quella del disastro Exxon Valdez, il più grande finora conosciuto.
Maurizio Bongioanni
TERRA






