
Summit Da Roma nessun impegno concreto su stanziamenti e tempi per combattere la fame nel mondo
Aveva chiesto 44 miliardi di dollari l'anno fino al 2015 per garantire la sicurezza alimentare nel globo e come risposta dai leader del mondo ha avuto solo promesse: il presidente della Fao Jacques Diouf ha fallito la sua missione.
A nulla è valso il suo sciopero della fame e quello del segretario delle Nazioni unite Ban Ki-moon. Su una cosa tutti i potenti presenti a Roma sembrano almeno d'accordo: la fame del mondo è una piaga che può essere risolta solo riducendo le emissioni di CO2. Appello condiviso anche dal presidente dei Verdi Angelo Bonelli.
Non bastano bei gesti simbolici come lo sciopero della fame.
L'astensione da cibo e acqua indetta dal direttore generale della Fao Jasques Diouf, sabato scorso, non sembra aver impressionato i 600 rappresentanti della società civile venuti da 70 Paesi per il controvertice. A dibattere di politiche agroalimentari a Roma, infatti, non ci sono solo capi di Stato e di governo, ma anche numerose associazioni e organizzazioni non governative.
Da Oxfam a Medici senza frontiere passando immancabilmente per Via Campesina, le Ong si sono date appuntamento alla Città dell'Altra economia, nel quartiere di Testaccio, a pochi chilometri dal palazzo della Fao, dal 13 al 17 novembre per discutere dei temi alimentari, ambientali e climatici nel loro Forum, quello sulla sovranità alimentare dei popoli.
Pastori, contadini, pescatori e indigeni a confronto sulla via d'uscita dalla crisi alimentare. «Dopo la caduta delle Borse si è capito che il sistema finanziario non funzionava più. Allo stesso modo bisognerebbe comprendere che anche il sistema agricolo basato sulla monocoltura e sullo sfruttamento della terra da parte delle grandi compagnie fa acqua da tutte le parti», afferma la professoressa americana Molly Anderson, esperta in sistemi alimentari integrati della rete di associazioni Aai (Iniziative di azioni contro l'agrobusiness).
Eppure le statistiche rivelano che il problema della fame in alcune aree del mondo come il Centro e Sudamerica sia stato arginato anche grazie alle politiche di investimento da parte dei governi e agli aiuti internazionali allo sviluppo.
«La fame è diminuita in termini assoluti - spiega Magda Lanuza, delegata dell'Aai in Nicaragua - soprattutto se si pensa alle ultime catastrofi naturali come gli uragani che ci hanno colpito nell'estate del 2008. Ebbene, dopo queste sciagure, che reputiamo non accidentali ma dovute ai cambiamenti climatici, sono arrivati puntuali gli aiuti alimentari da parte degli Stati Uniti: grandi quantità di mais transgenico proveniente dalle loro eccedenze. Ma quando colossi come Monsanto e Cargil arrivano in un piccolo Stato del Centro America - continua Lanuza - si assiste alla scomparsa di molti produttori agricoli che non riescono a competere con l'accaparramento della terra delle aziende più potenti».
Il fenomeno è più che mai diffuso e non si limita più alle società nordamericane, ma vede anche uno sconfinamento di grandi Paesi come il Brasile, in pieno sviluppo nel settore degli agro-combustibili.
Se a Brasilia i campi non bastano più, si comprano per pochi soldi in Nicaragua, Guatemala e Salvador.
Lo stesso fenomeno riguarda il Sudest Asiatico, Filippine e Vietnam in primis, Paesi in cui la Cina ha trovato terreni fertili a buon mercato. «Il problema dei cosiddetti "aiuti" - conclude Lanuza - sono le tecnologie, ovvero i semi e i pesticidi a essi correlati che vengono forniti ai contadini locali, che si trovano poi costretti ad acquistare dalla Monsanto i semi per le coltivazioni. Se non si hanno più i soldi per farlo, escono dal mercato».
Dabbous da Terra







Commenti
RSS feed dei commenti di questo post.