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TUTTI I VELENI DI CROTONE

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Dossier «La situazione ambientale più difficile della regione» l'ha definita l'assessore all'Ambiente Greco. E' il caso della città dove alcuni edifici sarebbero stati costruiti utilizzando scarti tossici industriali. Chiesto l'intervento del ministero dell'Ambiente

Un'emergenza nell'emergenza. «La situazione ambientale in assoluto più difficile e complicata dell'intera Calabria», come ha avuto modo di definirla l'assessore regionale all'Ambiente Silvio Greco. E' la questione dei rifiuti tossici a Crotone, una sorta di vaso di Pandora che l'indagine "Black Mountains" di recente conclusa dalla procura della città pitagorica ha di colpo scoperchiato rivelando una realtà che sembra a tratti peggiore di un incubo.
I dati in possesso del pm Pierpaolo Bruni, titolare dell'inchiesta, parlano chiaro: 290 studenti, a Crotone, hanno nel sangue, nei capelli e nelle urine una concentrazione elevatissima (superiore di 3-4 volte ai livelli normali) di metalli pesanti come zinco, nichel piombo, cadmio e uranio. Lo dimostrerebbero i risultati di alcuni test epidemiologici effettuati sotto la supervisione di Sebastiano Andò, preside della facoltà di Farmacia dell'Università della Calabria, in questo caso nella veste di consulente della procura.
Per anni, insomma, gli studenti avrebbero assorbito tra le mura scolastiche veleni che possono attaccare stomaco, reni e centri nervosi e che predispongono ai tumori.
Ma da dove arrivano, si è chiesta la procura in dieci anni di indagini, queste sostanze radioattive? Per capirlo bisogna fare un passo indietro nel tempo, tornando a quando venne dismesso lo stabilimento industriale della Pertusola Sud appartenente a Enichem (oggi Syndial) un'azienda controllata da Eni.
Alla fine degli anni 90 si decise di chiudere la Pertusola Sud e rimanevano da smaltire 350mila tonnellate di rifiuti tossici (meglio note come cubilot, una miscela altamente tossica di zinco ed altri veleni).
Per risparmiare sui costi di smaltimento Enichem decise, secondo la ricostruzione fatta dalla procura, di sotterrare il cubilot in 18 zone diverse della città destinate alla costruzione di scuole, edifici pubblici, ville, strade e anche banchine portuali. Questo sarebbe stato possibile soprattutto grazie alle pressioni esercitate dai vertici dell'azienda sul governo all'epoca guidato da Romano Prodi, che alla fine con un decreto del ministro dell'Ambiente Edo Ronchi (siamo nel 1998) classificò il cubilot come materiale non pericoloso.
Fu allora che le scorie finirono, insieme alla "loppa d'alto forno" proveniente dall'Ilva di Taranto, in una miscela chiamata "conglomerato idraulico catalizzato" (l'ormai famigerato Cic) con il quale, a partire dal 1999, sono stati riempiti, tra gli altri, i piazzali della scuola elementare San Francesco in via Cutro, dell'Istituto tecnico commerciale di via Acquabona, ma anche di centri commerciali, alloggi popolari e villette private, strade e persino la Questura e la banchina di riva del porto di Crotone.
Qual è adesso la situazione? L'inchiesta "Black Mountains" si è chiusa il 24 settembre scorso con 40 avvisi di garanzia (tra cui quello all'ex ministro Edo Ronchi) e la questione dei rifiuti tossici dell'ex Pertusola Sud è stata affrontata in alcune riunioni al ministero dell'Ambiente, durante le quali il sindaco Peppino Vallone e la senatrice del Pd eletta a Crotone, Dorina Bianchi, hanno chiesto a gran voce di ampliare la zona del Sin, il sito inquinato di interesse nazionale in cui parte della città è già inclusa.
Questo permetterebbe una possibilità di intervento maggiore da parte del ministero, che prenderebbe completamente in carico la questione. Saranno poi gli esperti inviati dall'Istituto Superiore di Sanità a dare delle risposte ai tanti genitori angosciati: lo faranno con uno screening che, nel breve e nel lungo periodo, coinvolgerà buona parte della popolazione di Crotone e provincia.
Nel frattempo nella città pitagorica l'emergenza ambientale non accenna a fermarsi: è di poche ore fa la notizia che la procura ha incriminato otto dirigenti della Montedison per la morte di sette operai che nello stabilimento di Crotone avrebbero respirato per oltre vent'anni amianto. Insieme a loro sarebbero morte anche le mogli, che lavavano le loro tute blu, intrise di polveri del materiale tossico.

Elida Sergi da Terra

 

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