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Lunedì 05 Luglio 2010 22:10 |
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La spazzatura continua a invadere la città. Ma per molti, non è emergenza. Solo una strategia della maggioranza. Si vuole infatti mettere nei punti chiave dell’Amia persone vicine al senatore Dell’Utri
Non bastano i cassonetti traboccanti e qualche tonnellata di percolato di troppo a fare un’emergenza. Serve qualche  sforzo in più. Per questo, da diversi mesi, il sindaco di Palermo Diego Cammarata si è caricato sulle proprie spalle la missione di persuadere gli increduli. «L’emergenza rifiuti c’è», giura ogni volta che parla con un giornalista o con qualche sponente del Governo. In casi analoghi, la maggioranza avrebbe tutto l’interesse a minimizzare o, persino negare, mentre la minoranza dovrebbe provare a specularci su il più possibile: la monnezza fa crollare i consensi di chi governa, Napoli docet. Quindi, che sta succedendo Palermo? Stabilire se l’emergenza c’è o meno è la questione fondamentale. La salute pubblica, però, c’entra fino a un certo punto. Intorno al riconoscimento dello stato di emergenza si giocano due partite fondamentali. La prima riguarda la costruzione di 4 termovalorizzatori: uno a Bellolampo, in provincia di Palermo, e altri tre, ai diversi lati della Sicilia. Un affare potenzialmente da 4 miliardi e mezzo di euro, che avrebbe la strada spianata con un’eventuale gestione commisariale dell’emergenza.
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Giovedì 01 Luglio 2010 22:25 |
Storia grottesca e disperata quella recente dell’Abruzzo, da regione miracolosamente incontaminata, quasi orgogliosa  delle proprie misconosciute ricchezze, a improvviso bersaglio di ogni male italiano. Scoperta dal mondo in seguito ai cataclismi terremoto e Bertolaso, è poi rimbalzata sulle pagine di cronaca a più riprese, per ragioni sempre sgradevoli: trivellazioni barbare che minacciano le coste e l’entroterra, elettrodotti destinati ad attraversare le sue valli, fauna e flora di aree protette messi in pericolo dall’incuria umana. Alle brutture si è aggiunto da tempo un orrore che la “regione verde d’Europa” non aveva messo in conto, quello di diventare una pattumiera fuori controllo. Nello scorso settembre cittadini organizzati in comitati spontanei hanno raccolto migliaia di firme per dire no, tramite petizione indirizzata alle amministrazioni locali, ad una nuova discarica, progettata nel comune di Gioia dei Marsi, sul confine col territorio di Pescina. Una struttura considerata necessaria per lo smaltimento di rifiuti non pericolosi del comprensorio Marsica est, ma un obbrobrio da ogni punto di vista. Il piano è costruirla a mille metri di altezza, in zona altamente sismica, su uno strato di roccia permeabile e per giunta su un acquifero vitale per l’approviggionamento idrico di tutta la Valle del Fucino. È per questa serie di allucinanti condizioni che è arrivata ora anche la mossa decisa del Wwf, che ha voluto presentare ricorso al Tar abruzzese, chiedendo l’annullamento dell’Aia (autorizzazione integrata ambientale) rilasciata dalla Regione all’azien-da proponente, la Aciam Spa di Avezzano, per la realizzazione e la gestione dell’impianto. Esprimendo perplessità e preoccupazione per un sito «decisamente inadatto », l’associazione ambientalista sottolinea inoltre come il critico progetto Valle dei Fiori sia «fi- glio di una gestione vecchia dei ri- fiuti, in quanto non tiene conto del ridisegno complessivo richiesto dalle norme regionali con la costituzione degli Ato provinciali ». Dai monti ai mari. Altro fronte, altra discarica, quella di Spoltore, comune pescarese a ridosso dell’Adriatico.
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Mercoledì 02 Giugno 2010 22:39 |

In Campania e in Sicilia la crisi è ancora in fase acuta. A Palermo il sindaco, indagato, definisce la discarica di Bellolampo come «la migliore della Sicilia». Che invece è invasa dal percolato
L'emergenza rifiuti avanza. Il lavoro svolto in questi mesi dalla Bicamerale sulle ecomafie collegate ai traffici illeciti dei rifiuti aveva messo in evidenza criticità pericolose. Puntualmente molte cose si stanno avverando. La Campania non riesce a ritornare nella gestione ordinaria: qualche giorno fa Bertolaso, in un dibattito organizzato dall’Associazione AttivaMente a Capua, così si è espresso: «Chi pensa che la situazione rifiuti in Campania sia risolta sbaglia di grosso». Impianti sotto sequestro, indagini delle procure relative al sistema di gestione dei vecchi Consorzi, difficoltà a realizzare le società di gestione provinciali (chi pagherà i dipendenti?), la raccolta differenziata che non decolla, gli impianti di incenerimento inesistenti, a parte Acerra con i numerosi problemi tecnici, scioperi selvaggi degli addetti alla raccolta sono l cuore della nuova emergenza in Campania. La propaganda del Governo Berlusconi termina qui! Ma vediamo cosa sta succedendo in Sicilia. Nell’audizione in Commissione Bicamerale del 16 settembre 2009 così interviene il Sindaco Cammarata: «La discarica di Bellolampo è collegata bene, è in buone condizioni e ha una fama molto peggiore di quello che effettivamente merita, perché è la miglior discarica esistente in Sicilia». In questi giorni il Sindaco risulta indagato nell’ambito dell’inchiesta sulla discarica di Bellolampo. A Cammarata vengono contestate ipotesi di reato che vanno dal disastro doloso, all’inquinamento delle falde e del sottosuolo, dalla truffa alla gestione abusiva della discarica, fino all’abbandono di rifiuti speciali. Ma come è messa ad oggi la discarica di Bellolampo, «la migliore della Sicilia»? «Allo stato attuale», secondo quanto riferito da autorevoli fonti, «presso la discarica di Bellolampo, i rifiuti solidi urbani tal quali sono discaricati nella quarta vasca, mescolati senza alcuna distinzione con quelli preventivamente sottoposti alle operazioni di selezione e triturazione. Nel cumulo di rifiuti attualmente discaricati, oltre ai rifiuti solidi urbani provenienti dalla città di Palermo, sono anche presenti, sia sulla sommità che sui versanti, balle derivanti dalle operazioni di selezione della plastica; inoltre, lungo la base del versante, sono visibili tronchi di palma derivanti dalla cippatura di palme infestate dal Rhyncophorus ferrugineus, il punteruolo rosso della palma. Sempre nell’area della discarica venivano sversati i fanghi derivanti dalle operazioni di trattamento del percolato svolta nell’impianto ad osmosi inversa, mentre i reflui liquidi di risulta da tale trattamento venivano sversati nel vallone Celona (l’impianto non è al momento in esercizio). I rifiuti, che formano un rilievo collinare su cui svolazzano stormi di gabbiani senza alcuna copertura, sono completamente esposti, sia sulla sommità che sui versanti, al dilavamento delle acque piovane, incrementando così in modo straordinario la formazione del percolato, che scorre liberamente al di fuori della vasca di contenimento del quarto lotto, formando un accumulo che ha superato, in altezza, la recinzione della discarica e la cui attuale stima è di circa 100mila metri cubi». Insomma: una situazione grave. Se si aggiungono le recenti rivelazioni del Presidente Lombardo in merito alle forti infiltrazioni mafiose riguardo agli appalti degli inceneritori, mai costruiti, e alle emergenze continue relativamente alla raccolta della spazzatura a Palermo e Catania, nonché alle note vicende giudiziarie della società Amia, municipalizzata del Comune di Palermo, i debiti accumulati (si parla di circa un miliardo di euro dei 27 Ato siciliani) il disastro è servito. Ma che fa il ministro Stefania Prestigiacomo? Vive in una realtà virtuale. Nell’audizione dell’aprile scorso in Commissione Bicamerale, alla seconda puntata, poiché nella p ima, a novembre 2009, non aveva concesso molto spazio alle domande, dice, riguardo alla Sicilia: «Credo che per la situazione delle discariche queste decisioni (un nuovo Piano integrato regionale per la gestione dei rifiuti) vadano adottate immediatamente altrimenti rischieremmo veramente di trovarci fra due anni o due anni e mezzo al collasso del sistema» . Ma il collasso è già in atto. Mentre sulla Campania sottolinea con sicurezza: «Possiamo affermare con soddisfazione che l’anno 2010 rappresenta davvero un importante traguardo per la regione Campania, perché è l’anno in cui viene sancita definitivamente la chiusura della fase emergenziale che ha interessato la regione per 15 anni»: l’emergenza non è mai finita! Ma il ministro fa ben di più, improvvisandosi paladina della lotta alle ecomafie. Dapprima firma un protocollo, tuttapropaganda e poca sostanza, con il rocuratore Piero Grassoriguardo ad un reciproco scambio di informazioni relativo agli abusi ambientali (ci mancherebbe altro che ci fosse bisogno di un protocollo per comunicare eventuali reati ambientali alla Dda). Poi annuncia d’improvviso il Sistri, un sistema di tracciabilità dei rifiuti speciali tra l’altro previsto nella finanziaria 2007 che getta letteralmente nel panico le migliaia di imprese italiane che ad oggi non hanno ancora capito che cosa devono fare. Il provvedimento viene istituito con Decreto ministeriale del 17 dicembre 2009, poi seguono altri provvedimenti che si intersecano con la scadenza del Mud, il sistema cartaceo di dichiarazione per le imprese, per finire con il sistema sanzionatorio che si trova nel recepimento della Dir ttiva 98/2008/CE. Insomma: una confusione totale! Che dire poi della presentazione da parte del ministero dell’Ambiente del “Primo rapporto sul contrasto all’illegalità ambientale”. Un’intenzione sicuramente meritevole se non fosse stato realizzato in fretta e maldestramente. è un documento di difficile lettura che manca di una guida alla lettura dei dati, del tutto incomprensibile per chi voglia saperne di più sul fenomeno dilagante delle ecomafie. Se il documento verrà divulgato ci si potrà accorgere delle evidenti contraddizioni e manchevolezze che lo contraddistinguono. Insomma, ancora una volta questo Governo di fronte a problematiche sicuramente complesse e di non facile soluzione risponde in maniera propagandistica e pasticciona, denotando di non essere all’altezza del compito che gli elettori gli hanno affidato. E intanto l’emergenza rifiuti si espande nel Paese.
Alessandro Bratti TERRA
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Giovedì 13 Maggio 2010 21:32 |
 La statale scorre su una montagna di veleni Sardegna, provincia di cagliari. Dieci chilometri di paura, esattamente dal km 41 al km 51 della strada statale 131, tra sanluri e villanovaforru, che collega il capoluogo isolano a sassari. un tratto di asfalto che fa notizia spesso per gli incidenti automobilistici, ma che giunge ora tristemente all’onore delle cronache, locali e nazionali, per l’azione compiuta dai noe all’inizio di questa settimana. i carabinieri del nucleo operativo ecologico di cagliari hanno depositato alla procura della repubblica un’informativa in cui notificano la presenza di veleni e sostanze tossiche utilizzati per la costruzione di un pezzo della strada in questione. La provenienza appare certa: i materiali sarebbero quelli della ex miniera d’oro che ha reso famosa, nel bene e nel male, Furtei, cittadina situata a brevissima distanza.Ad insospettire le forze dell’ordine e la Guardia Forestale di Sanluri, sono stati i rigagnoli color ruggine e percolato che colano dalle caditoie e he macchiano i piloni e il cavalcavia. Evidenze già denunciate a più riprese da cittadini e organi di stampa, con testimonianze dirette di quali siano le conseguenze dei veleni presenti, soprattuttotra i km 48,9 e 47,4, dove le fuoriuscite di liquidi hanno creato letteralmente terra bruciata al di sotto della struttura: bottiglie di plastica sciolte, lumache e insetti morti stecchiti e assenza totale di vegetazione. Secondo le ipotesi al vaglio dei militari, e ora del sostituto procuratore Marco Cocco, il materiale sospetto sarebbe stato mescolato al cemento per costruire ponti, tratti della strada e in particolare il cavalcavia al chilometro sopra citato, il 48,9, della Strada statale 131 Carlo Felice. Secondo l’accusa, la provenienza dei veleni è da attribuire all’impianto minerario di Furtei, da dove si è cessato di estrarre oro in seguito alla chiusura decisa dalla società Sardinia Gold Mining, ora in amministrazione fallimentare. L’appalto per quel tratto di strada era stato vinto dalla multinazionale del cemento Todini, con sede a Roma, ma la procura avrebbe appurato che a realizzare la parte finita sotto inchiesta sarebbe stata una ditta che lavora in subappalto. Il rifornimento da parte di quest’ultima ditta alla miniera di Furtei sarebbe già stato riscontrato dai carabinieri guidati dal capitano Angelo Murgia, ma alla magistratura resta da capire se il materiale sia stato boni- ficato per renderlo inoffensivo, opserviràpure se quel procedimento sia stato saltato. Cosa piuttosto difficile, a giudicare dall’avvelenamento in corso (le analisi hanno segnalato un Ph 2, alta acidità) e dalle ultime vicissitudini legate alla ex miniera. Nell’area dove fino a pochi mesi fa (dicembre 2008) si estraevano petite, si trovano attualmente scorie di arsenico, cianuro, piombo e mercurio, tutte sostanze tossiche utilizzate nella lavorazione dell’oro e che ora fanno parlare di disastro ambientale imminente. Permangono infatti nel sito: una diga sterile le cui infiltrazioni velenose devono essere costantemente ripompate; bacini di acque acide che in contatto con le pareti del bacino incrementano la propria acidità; rischi che l’acqua piovana faccia tracimare gli invasi inquinati; discariche di materiali di scavo ricchi in solfuri; vuoti di escavazione che comportano rischio frane e pericolo per gli abitanti; possibili contaminazioni del rio Santu Miali e delle condotte che portano l’acqua al Campidano e a Cagliari. A vigilare assurdamente su questi lasciti mortali sono stati finora i circa 60 lavoratori impegnati con varie mansioni nella Sardinia Gold Mining. Rimasti senza posto e senza stipendio dopo la dismissione dell’attività estrattiva, chiedono alle amministrazioni locali di essere utilizzati nelle operazioni di bonifica del sito e nella trasformazione dell’area in una nuova risorsa economica e occupazionale. Ma al momento gli esponenti politici, di destra e sinistra, sono più impegnati a collocare i misfatti nell’era di Soru o in quella di Cappellacci e a spalleggiarsi le responsabilità passate, che ad industriarsi per il futuro.
Diego Carmignani TERRA
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