Il ministro per il Decentramento rinuncia all’incarico nell’aula del Tribunale di Milano dov’era presente come imputato. Sventato il pericolo del voto di sfiducia in Parlamento
Il quesito che riassume la giornata politica di ieri è semplice: con le dimissioni da ministro di Aldo Brancher, date con
spettacolarizzazione televisiva nell’aula del Tribunale di Milano dov’era presente come imputato, siamo alla vigilia di una iù generalizzata ritirata di Berlusconi da altri fronti sui quali si è esposto eccessivamente? E se di ritirata si tratta, trattasi di ritirata tattica o strategica? Con il passo indietro di Brancher cade infatti uno degli ostacoli sulla via del ristabilimento di una serena convivenza all’interno della maggioranza. Giovedì prossimo, se il ministro non si fosse dimesso, avremmo assistito alla confluenza del voto dei finiani sulla mozione di sfi- ducia presentata alla Camera da Pd, Idv e Udc. Particolare non da sottovalutare è perciò la dichiarazione di soddisfazione di Berlusconi per aver convinto Brancher alle dimissioni nel corso di una cena svoltasi ad Arcore domenica sera. Quindi, il merito dell’atto che svelenisce il clima politico - è il messaggio berlusconiano - spetta al premier e a nessun altro. Come si sa, da qui alla pausa vacanziera del Parlamento, Berlusconi ha almeno altri due ostacoli da superare: la manovra economica e il disegno di legge sulle intercettazioni.
Sul primo punto potrebbe incontrare oggi i rappresentanti della Conferenza delle Regioni e cercare qualche aggiustamento al testo messo a punto da Tremonti. Aquesto obiettivo è servito il faccia a faccia svoltosi ieri pomeriggio ad Arcore tra il ministro dell’Economia e il presidente del Consiglio. Il tempo che ha a disposizione Berlusconi per ottenere da Tremonti qualche concessione è assai poco, dal momento la manovra verrà discussa da domani nell’Aula del Senato. Correzioni in corso d’opera sono ancora possibili, ma tutti si attendono da un momento all’altro un bel maxiemendamento contenente le modifiche sul quale il governo quasi sicuramente chiederà il voto di fiducia. L’ostacolo più serio sulla via di Berlusconi resta però quello delle intercettazioni. I finiani (e Fini) non sono disposti a mediare: o si cambia il testo e se ne rinvia l’approvazione a settembre o saranno loro a presentare degli emendamenti sui quali confluirebbero anche quelli del Pd. Uno scenario, quest’ultimo, che fa perdere la pazienza a Berlusconi che avrebbe voluto liquidare la vicenda dei rapporti con Fini (e i finiani) prima del 29 luglio, giornata in cui delle intercettazioni inizierà a discutere l’Aula della Camera, ma è stato sconsigliato a farlo. Si vocifera infattiche anche su questo punto Berlusconi si prepari a un’altra ritirata. I suoi consiglieri - Gianni Letta in primis - gli hanno fatto capire che l’eccesso di fretta nell’approvare il provvedimento senza nessuna concessione ai finiani e all’opposizione non sarebbe compreso dall’elettorato del Pdl e meno che mai da quello della Lega, da sempre insofferente verso le alchimie i Palazzo. Di conseguenza, hanno detto al premier i suoi uomini di fi- ducia, è meglio rinviare il duello risolutivo con il presidente della Camera (pur ritenuto inevitabile) a data e questioni da decidere. Forse al Congresso del Pdl che dovrebbe tenersi alla fine del 2010 e nel quale si può sbarrare la porta alle correnti. Se la ritirata, tattica o strategica che sia, arrivasse dunque pure sulle intercettazioni, non ci sarebbe da stupirsi. L’eventuale via che porta alle elezioni anticipate non è in discesa per Berlusconi. Accelerare i tempi della rottura definitiva con Fini può far balenare infatti l’idea di un governo “dalle larghe intese” che può sembrare a bocce ferme prospettiva fantascientifica ma che se l’idea fosse messa nelle mani del presidente Napolitano, con l’affidamento di qualche incarico esplorativo, potrebbe rivelarsi meno effimera di quanto non si creda. Casini e l’Udc battono sul tasto dell’unità nazionale da molto tempo. E il Pd, ecco la novità, non disdegna tale prospettiva. Pure la Lega oscilla, quando pensa di poter perdere le chance del federalismo fiscale se la legislatura terminasse in modo anticipato.






