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PIAZZA VERDI
I POMPIERI NON SI MALTRATTANO PDF Stampa E-mail
11 marzo 2010
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Dopo il No Bertolaso Day, la giornata del Pompiere Maltrattato. Questa l'ironica manifestazione di protesta organizzata per la settimana prossima in tutta Italia dai Vigili del fuoco dell'Rdb Cub.

Il grido d'allarme dei lavoratori "maltrattati" era già stato lanciato dopo il trasferimento alla Protezione civile, attuato con il Decreto 195, delle risorse assegnate ai vigili del fuoco dal cosiddetto "decreto Abruzzo" del 30 dicembre 2009. Circa 5 milioni di euro che sarebbero serviti ad assumere 200 persone.
Solo un goccia nel mare in realtà, visto che i vigili precari in Italia sono in tutto 120mila, ma sarebbe servito a dare un segnale, anche in vista del lavoro che resta da fare in Abruzzo, dove l'emergenza continua. «Non abbiamo intenzione di rimanere a guardare - afferma Antonio Jiritano, della direzione nazionale RdB Pubblico impiego -. Abbiamo chiesto a tutti i parlamentari di intervenire a tutela del Corpo Nazionale e del soccorso alla popolazione. E la settimana prossima protesteremo per il modo in cui ci sta trattando questo Governo ».
Il sindacato, provocatoriamente, aveva anche richiesto al Ministro Maroni il ritiro del personale impegnato nelle emergenze, per dimostrare quanto il decreto che toglieva soldi al loro corpo nazionale fosse pericoloso. «Ci pare incredibile che possano esservi negati nuovi mezzi, assunzioni e incentivi, che se non garantiti, sottraggono capacità di agire in un contesto, il nostro Paese, che abbiamo drammaticamente scoperto sempre emergenziale», ha scritto, in una lettera di solidarietà indirizza ai pompieri, la Presidente della Provincia dell'Aquila Stefania Pezzopane. «Il meridione crolla per le alluvioni, in estate dovremo fronteggiare gli incendi boschivi - spiega Jiritano - il personale in servizio, che si assottiglia sempre più, viene quotidianamente chiamato a svolgere ore e ore di straordinario e chi si rifiuta viene sanzionato. Ma mentre per noi non ci sono soldi per nuovi contratti, restano le assunzioni fatte da Bertolaso per decreto ».
Una vera ingiustizia, a cui i vigili risponderanno a suon di fischietto.

Sara Picardo da Terra
 
LA PILLOLA NON VA GIU' ALLA REGIONE PDF Stampa E-mail
09 marzo 2010
ru486

Protesta
Nel Lazio un presidio di donne chiede spiegazioni alle istituzioni in merito alla distribuzione della Ru486

"Ru486 - Libere di scegliere". Il messaggio, scritto a caratteri cubitali sugli striscioni che l'Assemblea delle donne dei consultori di Roma e dei Castelli hanno portato ieri davanti alla sede della Regione Lazio, è chiaro.
Vogliono conoscere il parere della giunta in merito alla somministrazione del farmaco e ribadiscono il principio dell'autodeterminazione femminile.
Dopo 20 anni, anche in Italia è diventato possibile interrompere una gravidanza non voluta senza ricorrere a un intervento chirurgico, l'Aifa (Agenzia italiana per il farmaco) ha autorizzato la commercializzazione della pillola abortiva e l'esecutivo, nonostante le rimostranze, è stato costretto a confermare. «La Regione Lazio avrebbe dovuto introdurre la Ru486 all'interno delle Asl già da Febbraio - spiega Flavia dell'Assemblea delle donne dei consultori - ma non l'ha ancora fatto».
Spetta infatti alle amministrazioni regionali stabilire, all'interno delle norme della 194, come distribuire il farmaco. Emilia Romagna, Piemonte e Provincia autonoma di Trento hanno optato per il day hospital, mentre Veneto, Lombardia e Toscana hanno reso obbligatoria l'ospedalizzazione per 3 giorni. «Il Lazio non si è ancora espresso al riguardo - dice Flavia -. E c'è il timore che il ricovero non sia altro che una strategia per rendere la cosa più complicata. Non tutte le donne possono permettersi di prendere tre giorni dal lavoro per abortire».
«Nessuna legge può importi di stare in ospedale senza la tua volontà - aggiunge Paola -. Noi siamo a favore del day ospital e non di un ricovero coatto ». Dopo 5 anni di sperimentazione su un farmaco regolarmente somministrato nel resto d'Europa, la discussione sulla Ru486 va ancora avanti in un gioco di rimandi continui. L'Assemblea delle donne è però riuscita a ottenere un incontro per discutere sul da farsi, in attesa di una delibera di giunta, per il 12 marzo. «Andrea Storri, dell'Ufficio rapporti istituzionali del vice-presidente - conclude Flavia - ha anticipato che probabilmente la Regione seguirà le orme dell'Emilia. D'altronde se la 194 prevede il day hospital per l'interruzione volontaria di gravidanza non c'è ragione di fare diversamente per un farmaco meno intrusivo».

Rossella Antinori da Terra

 
CASO LAMBRO, IL FLOP DEL SISTEMA DI EMERGENZA PDF Stampa E-mail
02 marzo 2010
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Sono 3.600 le tonnellate di idrocarburi sversate nel Lambro e quindi nel Po nell'incidente della scorsa settimana.
Una buona parte dell'inquinamento è stata assorbita dal fiume e fermata dalle dighe, in modo particolare da quella della centrale Enel di Isola Serafini. Ma un ammontare ancora non quantificato è sicuramente stato depositato sulle rive e i fondali del Po: la metà degli inquinanti è formata da olii combustibili, che contengono idrocarburi policiclici aromatici, sostanze dichiaratamente cancerogene. E a preoccupare è la mancanza di una regia comune nella gestione di questa emergenza ambientale: nel grande calderone delle competenze sul più grande fiume italiano, la Protezione civile ha avuto, di nuovo, la gestione totale della situazione. Risultato: l'ambiente, inteso come tema e anche come ministero, non esiste se non di risulta.
È solo dopo sette giorni dall'incidente alla Lombarda petroli che sono diventate chiare quantità e composizione della marea nera uscita dai serbatoi. «Circa 3.600 tonnellate di idrocarburi, metà gasolio e metà olio combustibile: un carico inquinante pesante per un fiume», spiega Attilio Rinaldi, l'oceanografo che per la Regione Emilia sta monitorando l'arrivo in mare degli inquinanti. «Per ora non ci sono segnali che la marea nera stia arrivando all'Adriatico. In buona parte è stata assorbita dal sistema fluviale e raccolta dagli sbarramenti artificiali. Ma a risentirne è sicuramente il fiume: vedremo gli effetti nel tempo».
A preoccupare è soprattutto la composizione dell'inquinamento. Ezio Amato, coordinatore del Servizio emergenze ambientali in mare dell'Ispra, non ha ancora notizie ufficiali sulla consistenza del più grave incidente ambientale del Po. «Il sistema della difesa ambientale non ha avuto una parte centrale nella gestione dell'emergenza, e anche oggi le informazioni arrivano con il contagocce. Quello che sappiamo per sicuro è che c'è almeno per metà olio combustibile e che occorrerà fare una bonifica delle rive e dei canneti, per salvaguardare gli ecosistemi e la salute ambientale: dovrebbero essere questi i nostri obiettivi». Di certo, il coordinamento dell'emergenza non ha funzionato al meglio.
A essere state utilizzate in primo luogo per circoscrivere l'inquinamento sono state le stesse panne che si utilizzano in mare. Un errore, secondo i tecnici che sottolineano come sia la corrente del fiume che la composizione stessa degli inquinanti rendano inutile il ricorso a tecniche che si utilizzano nei porti per arrestare le chiazze oleose superficiali. Così, appare almeno incongrua la presenza alla foce di due navi da guerra della Marina militare, segnalata da gruppi ambientalisti locali: si tratterebbe dei due pattugliatori costruiti con i soldi del ministero dell'Ambiente e attrezzati per spruzzare disperdenti degli idrocarburi.
Una attività inutile, a tanta distanza dalla sorgente dell'inquinamento e dopo tanti giorni. Il punto sostanziale allora è: chi e come gestisce la salute ambientale e umana del più grande fiume italiano?

Simonetta Lombardo da Terra

 
LIBERI DALLE MARMITTE PDF Stampa E-mail
25 febbraio 2010
domenica

Smog L'avvicinarsi della domenica a piedi del 28 febbraio procede in mezzo ad assordanti colpi di clacson.

Il partito della libera marmitta, che trova la sua piena espressione in Libero e nel Giornale, è uno spontaneo partito trasversale che sembra quasi orchestrare una campagna mediatica quando enfatizza, come flop della domenica a piedi, la mancata adesione dei Comuni della Provincia di Milano.
In realtà mai - credo proprio mai - questi Comuni hanno aderito a un'iniziativa del genere se non costretti dalle ordinanze regionali di Formigoni (che questa volta non c'entra). Lo avevano fatto anni fa, quando il ministero letteralmente pagava le amministrazioni affinché aderissero.
Non c'è alcuna novità, e probabilmente alcuna particolare intenzionalità politica in questa non adesione. E' più significativo, per stare nel milanese, che questa volta abbiano deciso di aderire Cinisello e Sesto: due sindaci di centrosinistra che hanno voluto solidarizzare con l'Anci, prima di tutto. Per il resto la lettura politica in termini di schieramento non fa capire quanto stia succedendo.
Si era detto che la Lega è contraria, ma la Lega in quanto tale non ha dato ordini di scuderia. Varese va a piedi. E' vero che Verona si è sottratta al 28, ma una domenica a piedi l'ha appena fatta. E viceversa ha aderito Treviso, nella formula piena che avevamo auspicato con un appello su queste colonne, e cioè bloccando tutti i veicoli, anche quelli cosiddetti ecologici.
Se andiamo nel Centro-Sud spicca il rifiuto polemico di Roma, che fa finta di non avere picchi di smog. Ha influenzato il ritiro di Napoli. Non so se il sindaco di Firenze abbia aderito per solidarietà Anci o centrosinistra. La sorpresa viene da Pescara, che chiuderà pezzi significativi di città a turno per tre domeniche, fermando anche Gpl e metano.
La geopolitica della domenica a piedi è complessa, l'annuncio viene accolto da proteste, si moltiplicano le pressioni per le deroghe, lettere ai giornali, interventi su internet, sembra una sollevazione contro. Poi la domenica esce per strada felice la gente semplice, che chiede che l'esperienza si ripeta. Non vince la gara dei click nei sondaggi in Rete, ma prevarrebbe in un sondaggio statistico.
A fronte dei clacson schiacciati con furia da chi sostiene di non poter rinunciare all'auto neanche solo per 9 ore, c'è un popolo mite che non suona il clacson. Che va incoraggiato a prendere la parola.

Paolo Hutter da Terra
 
UN MONDO DI CARNIVORI PDF Stampa E-mail
19 febbraio 2010
mucca

Alimentazione L'Organizzazione dell'Onu presenta il rapporto annuale sullo stato dell'agricoltura e dell'allevamento. Triplica la richiesta di prodotti proteici, trainata dai Paesi in via di sviluppo, ma non diminuisce la malnutrizione

Seppure 4 miliardi di persone nel mondo continuino a soffrire di carenza di ferro, cala il consumo dei cereali e aumenta in modo esponenziale quello delle uova e della carne, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo.
A scattare la contraddittoria fotografia è il rapporto annuale sullo stato dell'agricoltura della Fao, l'organizzazione della Nazioni Unite delegata alle politiche alimentari. Si chiama Sofa (dall'inglese: State of the food and agricolture) la pubblicazione più importante dell'imponente, ma purtroppo poco efficace, organismo internazionale che quest'anno si focalizza soprattutto sulle emergenze che il pianeta dovrà affrontare in vista di un incremento sregolato dell'allevamento intensivo.
Il 26 per cento della superficie terrestre è già occupata dagli allevamenti, che, a loro volta, insistono sul'35 per cento dei campi agricoli. Mai come oggi è forse il caso di chiedersi come conciliare geografia e demografia.Già perché se attualmente siamo 6 miliardi di abitanti sulla Terra, in base alla crescita costante della popolazione servirà produrre almeno il 20 per cento di carne in più entro i prossimi 8 anni per poi arrivare ad un 50 per cento entro il 2050, data in cui avremo raggiunto quota 9 miliardi. Considerando la totale assenza di politiche demografiche è difficile immaginare che la stima non venga raggiunta se non superata.
Oltre all'incremento demografico, a influire sulla maggiore domanda di carne e prodotti lattieri ci saranno l'aumento dei redditi e l' urbanizzazione nei Paesi in via di sviluppo. Secondo le proiezioni, per soddisfare queste nuove richieste, la produzione mondiale annua di carne dovrebbe più che raddoppiare passando dagli attuali 228 milioni di tonnellate a ben 463 milioni entro il 2050. Così la popolazione bovina passerà dagli attuali 1,5 miliardi di capi a 2,6 miliardi, mentre quella ovina e caprina aumenterà da 1,7 a 2,7 miliardi di esemplari. Dietro ai numeri bisogna fare lo sforzo di immaginare anche la portata rivoluzionaria e sconvolgente che questi hanno sia sugli ecosistemi che sull'economia mondiale.
Iniziamo da quest'ultima: è innegabile che per pochi, pochissimi, soggetti economici stanno per arrivare enormi benefici, parliamo dei produttori su larga scala, perché i piccoli allevatori non solo non riescono a competere con i prezzi al dettaglio imposti dalle multinazionali, ma spesso non possono neanche accedere ai mercati locali per mancanza di reti infrastrutturali adeguate. Come fare allora ad entrare nel business del bestiame, che, secondo la Fao è quello che registra la crescita più rapida rappresentando il 40 per cento dell'intera produzione agricola? «Esistono dei programmi per lo sviluppo delle economie locali - spiega il segretario generale della Fao, Jacques Diouf - che fanno affidamento principalmente sulle donne». Poiché queste, in molti Paesi poveri e in via di sviluppo, non solo fanno un uso più parsimonioso delle proprie risorse, ma in assenza dei mariti che lavorano, l'animale diventa l'unico mezzo di sussistenza per loro stesse e per i figli.
Sono almeno un miliardo le persone la cui esistenza dipende direttamente da un capo d'allevamento. Come se non bastasse è proprio su di loro che si abbatte il peso maggiore delle malattie di derivazione animale (aviaria, virus A-H1N1, e così via). Senza dimenticare poi gli effetti che i cambiamenti climatici hanno sia sull'agricoltura che sul bestiame: l'aumento dell'intensità delle piogge in India e la siccità in Argentina,gli esempi più eclatanti. «Visto che non possiamo intervenire sui cambiamenti climatici - spiega Modibo Traeré, vicedirettore Fao del dipartimento Agricoltura e protezione del consumatore - l'unica cosa da fare è adattare le razze animali a questi ultimi». In altre parole «così come non si può chiedere a una mucca olandese di produrre la stessa quantità di latte in un Paese tropicale (a parità di alimentazione) non si può immaginare che l'aumento della temperatura terrestre non provochi dei cambiamenti della produzione dei derivati animali, così come dei vegetali».
L'agricoltura dal canto suo ha un grande impatto sul global warming. Questo settore infatti produce il 18 per cento dei gas a effetto serra, «ma - specifica Traeré - non è l'attività in sé ad inquinare, bensì l'uso intensivo che ne fa l'uomo».

Susan Dabbous da Terra
 
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