La questione della biodiversità è emersa in modo deciso sulla scena internazionale a partire dalla fine degli anni Ottanta in coincidenza con l'avvio della commercializzazione su vasta scala di prodotti agricoli geneticamente modificati. Con intensità forse imparagonabile a quanto verificatosi rispetto ad ogni altra tecnologia, la Comunità internazionale ha avvertito l'esigenza ed urgenza di elaborare misure di prevenzione e controllo degli effetti negativi - specie sulla biodiversità - potenzialmente discendenti dalle applicazione in campo agroalimentare.
La Convenzione sulla biodiversità costituisce il primo strumento internazionale vincolante che fissa obblighi in materia di prevenzione dei rischi associati alla diffusione di OGM (o "organismi viventi modificati" - OVM - secondo la terminologia della Convenzione).
In particolare, l'art. 8, lett. G) della medesima, impegna gli Stati a predisporre o mantenere, nella misura del possibile e nel modo opportuno, i mezzi idonei "to regulate, manage or control the risk associated with the use and release of living midified organisms resulting from biotechnology wich are likely to have adverse invironmental impacts that could affect the conservation and sustainable use of biological diversity, taking also into account risk to human healt".
Il mandato conferito dall'art. 19, parte 3, della Convenzione sulla biodiversità, è poi sfociato nell'adozione, in data 29 gennaio 2000, del Protocollo di Cartagena sulla biosicurezza da parte della seconda riunione straordinaria della Conferenza delle Parti alla Convenzione tenutasi a Montreal.
Il Protocollo è entrato in vigore l'11 settembre 2003 a seguito del deposito del cinquantesimo strumento di ratifica. Il titolo ufficiale del Protocollo si riferisce a Cartagena - Colombia - dove si era tenuta la riunione straordinaria della Conferenza delle parti della Convenzione sulla biodiversità nel febbraio 1999, in omaggio all'impegno del Governo e del popolo colombiano per l'adozione dello stesso.
Si è trattato di un processo negoziale decisamente controverso, che ha peraltro subito una clamorosa battuta d'arresto allorchè - nel febbraio 1999 - la prima riunione straordinaria della Conferenza delle Parti alla Convenzione non riuscì a trovare l'accordo su alcun testo. I blocchi fronteggiatisi nel corso di tali negoziati furono essenzialmente il Gruppo di Miami, il c.d. Linked Minded Group e l'Unione Europea. Il Gruppo di Miami, rappresentando gli interessi dei maggiori esportatori e produttori dei prodotti agricoli geneticamente modificati, sostenne le tesi più minimalistiche e restrittive quanto ad ambito di applicazione, portata degli obblighi e rapporto del Protocollo con il sistema Organizzazione mondiale del commercio (O.M.C.); per converso, l'Unione Europea assunse un classico atteggiamento di mediazione tra lo stesso Gruppo di Miami e i Paesi in via di sviluppo, anche se il raggiungimento del compromesso finale fu dovuto in prevalenza a Paesi quali Giappone, Norvegia, Svizzera e Messico.
Solo quando i Paesi in via di sviluppo avranno colmato il gap tecnologico diverrà possibile apprezzare la volontà degli stessi di tradurre la strategia seguita durante i negoziati del Protocollo di Cartagena in legislazione sulla produzione e l'esportazione di OGM improntate a rigore e cautela.






