Il 2011 è stato un anno importante: l’Italia infatti ha recepito la direttiva UE 99/2008 avviando, di fatto, una tutela penale dell’ambiente. Il provvedimento adottato, tuttavia, risulta ancora troppo timido, si fa fatica a individuare le fattispecie dei delitti, le sanzioni rimangono per lo più di natura contravvenzionale/pecuniaria (ovvero: multe), mentre i reati di prescrivono molto in fretta, ci sono scarse possibilità di usare le intercettazioni telefoniche e ambientali e le rogatorie internazionali sono quasi impossibili. Insomma, non si può dire che la disciplina giudiziaria in vigore sia la più adatta a una fattispecie di reati, come quelli ambientali, che costituiscono regno di infiltrazione per mafie e malavita organizzata. «Il nostro legislatore – spiega Patrizia Fantilli, Direttore dell’Ufficio Legale e Legislativo del WWF Italia - si è limitato a recepire il minimo previsto dalla Direttiva e, a differenza di quanto avviene nel resto d’Europa, i reati ambientali continueranno ad essere perseguiti in Italia come illeciti di secondo ordine e nei nostri tribunali resterà complesso punire ad esempio chi sversa veleni in mare, chi libera sostanze nocive nell’atmosfera e chi le sotterra».
L’altro grosso difetto delle norme attuali è rintracciabile nel lato economico della questione. Le cause in tribunale, si sa, costano. A difendere l’ambiente e la salute dei cittadini, però, sono spesso associazioni no profit o senza scopo di lucro che si reggono sul volontariato e che si trovano a dover pagare tasse di centinaia o migliaia di euro all’inizio del procedimento. Uno scoglio sempre più difficile da superare e che, col passare degli anni, sta diventando sempre più una barriera che scoraggia il perseguimento della giustizia ambientale. Si va da un’imposta di bollo base di 600 euro per ogni provvedimento impugnato (anche relativo ad un unico oggetto), ai 1500 euro nel caso il ricorso riguardi settori come quelli delle Infrastrutture o dell’Energia fino ad arrivare ad un costo complessivo per ogni singolo ricorso di diverse migliaia di euro. Dal 2012 tale imposta è dovuta anche nel caso di ricorsi straordinari al Capo dello Stato. In pratica chi persegue il bene comune viene equiparato a qualsiasi tipo di azienda o soggetto che porta in tribunale i suoi (legittimi) interessi privati.
La lettera scritta dal WWF in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario costituisce un’occasione per riflettere. Il ministro della Giustizia Paola Severini e quello dell’Ambiente Corrado Clini sono membri di un esecutivo che vuole distinguersi per aver dato, al paese, ‘segni di discontinuità’ forti. Sarebbe il caso di considerare, fra questi, la modifica della disciplina in materia ambientale di modo che vengano introdotte agevolazioni per chi lotta in favore dell’ambiente, pene più severe per chi trasgredisce e figure di reato più specifiche che impediscano le tante tragedie ambientali che si verificano nel nostro paese.






