Adesso è il momento delle scelte coraggiose a cominciare dalla green-economy.
Silvio Berlusconi è stato ‘rimosso chirurgicamente’ dal governo dell’Italia, titolava un paio di giorni fa il Financial Time. Metafora suggestiva, quella del più famoso giornale economico-finanziario britannico e che fa riflettere: perché se pure ‘il nocciolo’ è stato asportato, il male non è guarito e la prudenza con cui i mercati guardano a Monti, premier in pectore, ne è testimonianza, insieme all’altalena sullo spread e ai tassi di interesse, non troppo lontani dal quel 7% che alcuni giorni fa ha fatto tremare il paese con lo spettro del default.
Berlusconi ha rassegnato le sue dimissioni fra i fischi e le proteste della folla: sabato sera il centro di Roma, dove migliaia di cittadini si sono riuniti fra palazzo Grazioli e il Quirinale in attesa, sembrava rivivere la notte dei Mondiali, tanto era il clima di gioia che si respirava in giro. Gente che stappava lo spumante, cori e bandiere, macchine che passavano a tutto clacson, c’era persino una banda che, sotto la residenza del Presidente della Repubblica, cantava l’halleluja. Una folla riunitasi in modo del tutto scoordinato fino a creare una marea per sfogare pacificamente lo sdegno e lo scontento di un popolo deluso, ingannato, derubato di prospettive e futuro. Un popolo in festa, ma con l’amaro in bocca e la gioia strozzata in gola, perché se è vero che Berlusconi se n’è andato quello che ci lascia in eredità il suo ‘ventennio’ è una serie di macerie da spalare. Un paese da ricostruire. E non solo.
Il Times apriva le sue pagine, questa settimana, con una foto in copertina del Cavaliere, l’uomo che ha fatto quasi fallire non solo l’Italia, ma anche l’intera Unione Europea: “l’uomo dietro alla più pericolosa economia del mondo” – titolava dimostrando, conti alla mano, come un eventuale default italiano, la terza economia più poderosa della zona Euro, sarebbe ben più disastroso del crollo della Lehman Brothers nel 2008. Perché se l’economia greca ha una portata di 311 miliardi di euro e può essere ‘salvata’ pur al costo di pesanti sacrifici - o, "alle brutte", lasciata uscire dall’euro - l’Italia pesa per 2000 miliardi e non ci sono fondi di salvataggio europeo o del Fondo Monetario Internazionale che potrebbero riscattare un fallimento come il nostro. Un fallimento che si trascinerebbe l’Europa appresso, nel baratro. Ma fino a un paio di mesi fa il premier uscente non sembrava preoccuparsene un granché. Lo spread saliva, i tassi aumentavano e la gente s’impoveriva di manovra in manovra, ma Berlusconi si ostinava a tenere occupato il Parlamento con le sue crociate su giudici e intercettazioni. Un ‘imperatore’ al tramonto, travolto dai suoi scandali e dalla sua clamorosa incapacità di governare un paese portato alla deriva.
La domanda rimane sempre la stessa: cosa ci aspetta ora? Il conto salato presentato agli italiani sarà difficile da evitare. L’agenda Monti già inizia a circolare in merito alle promesse fatte da Berlusconi all’Europa e che ora tocca al professore ‘far quadrare’ e mettere in pratica, pena l’aggravarsi degli attacchi della speculazione internazionale e il default. Si sente parlare di patrimoniale, di tagli dei costi e di mobilità per i dipendenti pubblici, di possibile inasprimento dell’Iva o di re-introduzione dell’Ici sulla prima casa. Si sente parlare di liberalizzazioni dei servizi pubblici e dei servizi professionali. Trema il terreno quando si entra nel discorso sulle pensioni di anzianità e sull’età pensionabile, o sulla riforma del mercato del lavoro. Per non parlare di altre problematiche che non vengono neppure toccate: che fine fanno il risanamento dal dissesto idrogeologico che ha provocato decine di morti nelle alluvioni di questo periodo? Come la mettiamo con gli incentivi alle fonti di energia rinnovabile, alla riconversione degli impianti di smaltimento dei rifiuti, alla salvaguardia dell’ambiente e con esso della salute dei cittadini? Non è il momento, si dirà: e così queste tematiche che pure avrebbero la capacità di far ripartire l’economia spostando l’asse del suo sviluppo su modalità sostenibili rischiano di essere le grandi ‘orfane’ e ‘vittime sacrificali’ del momento.