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Clima e energia
Veto?
Il pacchetto energia
Rinnovabili ed efficienza energetica in Italia
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All'indomani del vertice del Consiglio europeo e del Consiglio Ambiente (i 27 ministri dell'Ambiente più il commissario Dimas), continua la campagna del governo italiano (con il sostegno di Confindustria) per un indebolimento del pacchetto energia-clima proposto dalla Commissione a gennaio e modificato dal Parlamento europeo in ottobre. La Commissione e la Presidenza francese puntano sull'approvazione definitiva del pacchetto, nel quadro di un accordo di prima lettura tra Parlamento e Consiglio, entro la fine di dicembre.
Se non si raggiungesse un accordo a dicembre in gioco ci sarebbero ben più del prestigio della Presidenza francese o della Commissione Barroso. Un mancato accordo non consentirebbe infatti all'Unione europea di presentarsi ai negoziati per il dopo Kyoto con le carte in regola per potere avere un impatto sia sul clima che sugli altri paesi e regioni del mondo che oggi non hanno ancora deciso da che parte stare.
Anche se nelle dichiarazioni ufficiali l'Italia sostiene di non volere rimettere in discussione gli obiettivi del pacchetto, riassunti nella formula 20/20/20 (ossia ridurre, entro il 2020, le emissioni di gas serra del 20%, portare la quota di energie rinnovabili al 20% del consumo energetico finale e ridurre il consumo del 20% attraverso misure di efficienza energetica), il governo Berlusconi contesta la ripartizione tra i 27 degli obiettivi, soprattutto per quello che riguarda le emissioni, ritenuta troppo penalizzante per l'Italia sotto il profilo dei costi.
I dati citati da tutte le fonti governative, a partire dal ministro Ronchi in un'intervista al Sole 24 Ore alla vigilia del vertice europeo, prevedono che l'Italia "pagherebbe 180 miliardi di euro, l'1,14% del suo Pil e il 19,7% dei costi totali del piano, più di Spagna (17%), Francia (14,9%), Germania, Inghilterra (12,5%)". Si tratta di dati tratti dallo studio della Commissione "Model-based Anlysis of the 2008 EU Policy Package on Climate Change and Renewables", indicato per brevità "modello Primes" e trasmesso ai 27 governi a settembre. Si tratta di un'analisi di scenari dipendenti dalle diverse possibilità ancora aperte nel negoziato sul pacchetto. Intanto è interessante osservare come il governo italiano abbia preferito condurre la propria battaglia contro il pacchetto a partire da dati elaborati dalla Commissione e abbandonando una volta per tutte le improbabili conclusioni di uno studio "preliminare", mai reso noto, dell'Istituto Rie di Bologna.
Il problema è che nella citazione dei dati dello studio "modello Primes", il governo italiano sceglie lo scenario peggiore, quello che non comprende i meccanismi di flessibilità che sono invece dati per acquisiti dalla stessa Commissione e che rendono molto meno cara l'applicazione del pacchetto. Nello specifico, lo scenario considerato dall'Italia non comprende né la possibilità di scambiare fra Stati membri i 'crediti' derivanti dalla produzione di fonti rinnovabili (con il sistema delle 'garanzie d'origine')(1), né  il ricorso ai 'crediti esterni', ovvero la possibilità di contabilizzare in patria riduzioni di CO2 derivanti da progetti realizzati fuori dall'Ue, attraverso il Meccanismo di sviluppo pulito (Cdm) nelle economie emergenti o i paesi in via di sviluppo, e il meccanismo di 'Joint Implementation' negli Stati dell'ex Urss.
Giustamente la Commissione stessa fa osservare che non tenere conto di questi meccanismi farebbe aumentare notevolmente i costi di attuazione del pacchetto non solo per l'Italia, ma per tutti gli Stati membri. Né è corretto sottrarre meccanicamente le cifre indicate con il termine 'costi aggiuntivi' al Pil, poiché sono costi (in particolare quelli sostenuti dall'industria per acquistare i diritti di emissione di CO2) che restano nelle casse dello Stato membro in cui sono pagati, e che sono poi reinvestiti nell'economia nazionale ed europea, nelle fonti rinnovabili e nella transizione energetica, creando spesso posti di lavoro. Inoltre il governo italiano non tiene conto dei risparmi sui consumi di carburante e per la riduzione dell'inquinamento: solo grazie a queste due voci i costi per l'Italia passerebbero dai 9,5-12,3 miliardi di euro (ai prezzi del 2005) preventivati dalla Commissione per l'anno 2020 ad almeno 5,3 miliardi in meno. Quindi il costo per l'Italia (pari allo 0,51-0,66% del Pil) è solo di poco superiore a quello medio dell'Ue (0,45%), e vicino a quello della Germania (0,49-0,56%) e non lontano dalla Gran Bretagna (0,34-0,42%) e persino della Francia (0,32-0,47%). Il costo è invece molto più basso proprio per la Polonia (0,06-0,38%), che con l'Italia si oppone al pacchetto. Per nessun paese, comunque, il costo arriverebbe all'1% del Pil, tranne che per la Lituania (1,02), ma solo nel caso in cui non venissero applicati i 'meccanismi di solidarietà' che ridistribuiscono verso i paesi più poveri il 10% del ricavato delle aste dei diritti di emissione nei paesi più ricchi.

1) Sui crediti di emissione da paesi terzi già la commissione ambiente del Parlamento europeo si è pronunciata per un innalzamento della soglia utilizzabile (40%), mentre sui certificati verdi il rapporto Turmes (sulla direttiva per le rinnovabili) è flessibile e consente lo scambio di unità di produzione di rinnovabili sia dentro che fuori gli Stati membri. In altre parole, se Spagna e Germania producono oltre il loro target, l'Italia può comprare da loro, così come può cooperare con loro su progetti in paesi terzi che rientrano nel computo.



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Oggi il settore conta 120mila addetti in Italia, che arriveranno a 250mila entro il 2010.
In tutto il mondo la Green Economy non ha conosciuto la crisi

2 Sulle rinnovabili ci sono forti investimenti: VERO
Nel prossimo decennio sulle rinnovabili saranno investiti 42 miliardi di euro,
più che i 36 previsti per il nucleare, molto di più di quelli del settore auto

3  Le rinnovabili saranno in grado di sostenere il Paese: VERO
Più di uno studio internazionale e la stessa Unione Europea puntano al 100%
di produzione elettrica da rinnovabili entro il 2050

4 Le rinnovabili aiutano il clima: VERO
Ogni kW installato di rinnovabili evita l’immissione di CO2 durante tutta la vita dell’impianto.
Per il clima le rinnovabili sono la soluzione duratura

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L’installazione di un impianto domestico di produzione da rinnovabili
è uno dei migliori investimenti possibili, poiché garantisce il 7% annuo per venti anni

6  Le rinnovabili aiutano i giovani: VERO
Le fonti rinnovabili creano occupazione giovanile perché le imprese sono in continua evoluzione
e il settore della ricerca nelle fonti verdi è in crescita

7 Le rinnovabili sono democratiche: VERO
La diffusione delle rinnovabili presso i cittadini, in Italia su 160mila impianti fotovoltaici
120mila sono domestici, garantisce la democraticità dell’energia, sia nella produzione, sia nei consumi

8 Le rinnovabili aiutano l’efficienza energetica: VERO
Diventare produttori d’energia significa avere una maggiore consapevolezza
dei propri consumi energetici e porta a ridurli senza compromettere il proprio stile di vita

9Le rinnovabili non inquinano: VERO
Tutti gli impianti a fonti rinnovabili non emettono inquinanti durante tutto il periodo
d’esercizio e sono completamente riciclabili a fine vita

10 Le rinnovabili sono affidabili: VERO
Collegando le diverse fonti rinnovabili con le reti elettriche intelligenti,
le “smart grid” si ottiene un sistema affidabile e sicuro nel quale è assicurata la continuità della fornitura

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