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Uranio impoverito nei Balcani - I primi dati della Nato - Uno studio dell'Anpa
La sintesi del rapporto dell'Anpa
La valutazione delle risorse per una campagna di rilevamento
Kosovo/uranio. Semenzato:è emergenza per militari e civili.
Verso una strategia comune dell'UE per l'Europa sudorientale una proposta dei Verdi europei
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a cura di PIETRO ORSATTI

A volte i numeri parlano da soli: durante i bombardamenti sulla Serbia 31mila proiettili all’uranio impoverito sono stati sparati da aerei della Nato (i famigerati A-10 anticarro), proiettili del peso 300 grammi ciascuno e scaricati in particolare nel tratto di superstrada fra Pec-Djakovica-Prizren. Secondo Pippo Onufrio del Cda dell’Anpa “per quello che riguarda il solo munizionamento degli A-10 si tratta di 9,3 tonnellate di uranio impoverito”. Quasi dieci tonnellate: solo per una minima frazione di quanto è stato riversato sulla Serbia e sul Kosovo in poco più di due mesi; la Nato, dopo le sollecitazioni delle Nazioni unite e delle istituzioni europee, ha fornito, infatti, solo i dati relativi agli aerei anticarro e non dei missili Tomhawak , dei proiettili di artiglieria e degli altri munzionamenti “appesantiti” ampiamente utilizzati durante l’utlima guerra. C’è anche da dire che gli A-10 hanno sparato poco, visto che i reparti corazzati di Belgrado sono rimasti in gran parte occultati durante tutto il periodo dei bombardamenti. La Nato, quindi, non ha certo dato dati esaustivi sull’uso di armamenti all’uranio e che non ha fornito dati precisi e puntuali sugli obiettivi. E ancora: ben poco si sa del munizionamento utilizzato dagli inglesi.

Da qualche mese l’Anpa, l’Agenzia nazionale per l’ambiente dipendente dal Ministero dell’ambiente, ha elaborato uno studio per avviare un eventuale campagna di monitoraggio dell’iqnuinamento da uranio nei Balcani, uno studio che evidenzia i rischi legati al tipo di sostanza utlizzata dalla Nato e la difficoltà di una campagna di rilevamento e bonifica. Secondo lo studio un primo punto critico riguarda la composizione effettiva dell’uranio impoverito, che può provenire sia come scarto dalla fabricazione del combustibile nucleare che dal riprocessamento del combustibile esaurito. In questo ultimo caso, che sarebbe confermato da fonti militari, oltre alla presenza di vari isotopi di uranio vi potrebbero essere anche tracce di elementi transuranici come il plutonio oltre che di uranio-236, che si produce nei reattori. Il dipartimento dell’energia Usa ha infatti rinvenuto tracce di plutonio-239 nell’uranio impoverito usato per armamenti con un incremento di dose del 14%.
Secondo studi che risalgono ormai alla Guerra del Golfo, la tossicità chimica dell’uranio è maggiore di quella radioattiva e colpirebbe in particolare i reni. “Appare chiaro – riporta lo studio dell’Anpa – che la ricaduta di polveri sia localizzata in un intorno piuttosto prossimo all’impatto, nell’ordine delle decine di metri, anche se tracce della frazione più leggera possono viaggiare fino a qualche decina di km”. Quindi, se non vi saranno dati certi e precisi sui bersagli colpiti durante i bombardamenti sarà praticamente impossibile procedere sia ai rilevamenti che ad un’eventuale bonifica dei siti.
L’Anpa ha anche effettuato una simulazione attraverso una valutazione degli effetti della diffusione di diechi chili di polvere di uranio impoverito in un’area di 1000 chilometri quadrati, assumendo tutte le condizioni chimico-fisiche del “peggior caso” rilevando notevoli contaminazioni. “E’ ovvio – riporta l’Anpa – che tali effetti possono essere facilmente scalati una volta che si hanno le informazioni sulle quantità di uranio impoverito, sui dettagli della localizzazione del suo uso (popolazione presente, tipo di terreno, climatologia etc)”.




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