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IRAN, E' RESA DEI CONTI

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Manifestazioni
Almeno 15 morti e 60 feriti. Questi i numeri pubblicati dal regime sugli scontri di domenica scorsa nel Paese. I siti riformisti però parlano di cifre maggiori. Ieri una giornata di arresti eccellenti tra le file degli oppositori


Alle prime ore del mattino di ieri, la televisione di Stato ammette: 15 morti. Poi la polizia rettifica: sono solo 8.
In Iran un numero vero di quante persone abbiano perso la vita durante i violenti scontri di domenica scorsa, giorno di inizio della festività sciita dell'Ashura, non si avrà mai. E lo stesso vale per i feriti: 60 per il ministero della Salute, oltre 300 per i siti riformisti.
Nella confusione dei numeri una cosa è certa: il corpo di Ali Habibi Mussavi, il nipote del leader riformista Mir Hossein Mussavi, ucciso ieri a Teheran durante manifestazioni dell'opposizione, è scomparso. A denunciarlo è suo fratello Reza, secondo quanto riferisce il sito internet dei deputati riformisti. «La salma di mio fratello è stata portata via dall'ospedale e non riusciamo a ritrovarla», si legge sulla pagina web, e «nessuno ammette di avere portato via il corpo».
L'agenzia ufficiale Irna ha invece reso noto che il corpo di Mussavi e quello di altri quattro rimasti uccisi ieri nella capitale sono tenuti «in custodia per l'autopsia e l'inchiesta giudiziaria». Intanto la polizia ha negato di avere sparato, così come raccontano invece testimoni oculari che parlano di un proiettile esploso dalle forze dell'ordine e diretto verso un bersaglio simbolicamente importante: un Mussavi, un oppositore. L'incidente sembra segnare l'inizio della guerra civile.
Per evitare l'ennesima occasione per manifestare contro il regime è stato fatto sparire il corpo dell'uomo. Senza salma, nessuna commemorazione. Ma un gruppo di manifestanti inferociti ha sfidato la militarizzazione delle strade di Teheran ed è riuscito a trascinarsi fino all'ospedale, dove è stato trasportato ieri Habibi sanguinante, per chiedere di fare chiarezza su che fine avesse fatto il suo corpo.
La risposta alla loro sete di giustizia non è tardata ad arrivare: la folla è stata dispersa con gas e manganelli, ormai si colpisce direttamente sulle teste.
Niente lutto quindi e nessun rispetto per il mese sacro in corso Muharram, in cui il Corano chiede di «proibire» letteralmente la violenza. In altre parole un mese (lunare) di pace, un modo come un altro per interrompere la barbara consuetudine delle tribù preislamiche di farsi continuamente la guerra. Per secoli ha funzionato. Muharram è stato il momento della pace, l'unico sangue lecito per gli sciiti era quello autoprovocato il decimo giorno del mese dalla flagellazione nel rito che ricorda il martirio di Hussein, figlio di Alì, genero di Maometto e primo imam degli sciiti. Ma ieri la giornata del lutto si è trasformata in quella della resa dei conti. Un'ondata di arresti eccellenti ha dimostrato ancora una volta quanto il problema dell'opposizione al regime sia qualcosa di profondamente interno alla politica, qualcosa che va al di là delle folle inferocite che reclamano maggiori diritti civili.
Così, mentre le strade di Teheran continuavano ad ardere dal giorno precedente, all'alba gli apparati di sicurezza del regime hanno portato via tre stretti collaboratori del leader dell'opposizione Mir Hossein Mussavi: il capo del suo ufficio elettorale, il consigliere e il capo di gabinetto.
Ma l'arresto che ha fatto più scalpore, anche all'estero, è quello dell'ex ministro degli Esteri Ebrahim Yazdi, segretario del partito politico d'opposizione Movimento per la libertà.
Yazdi era stato messo agli arresti per 72 ore anche dopo le elezioni presidenziali di giugno, poi era tornato libero. Fedelissimo dell'ayatollah Ruhollah Khomeini, così come il recentemente scomparso ayatollah Alì Montazeri, non ha nascosto le sue critiche al tandem ultraconservatore della guida suprema, ormai priva di autorevolezza spirituale presso molti cittadini iraniani, insieme con il presidente Ahmadinejad.
Il leader appare ormai sullo sfondo della scena politica: «È solo una pedina di Khamenei» urlava la folla durante la manifestazioni.
Sarà, ma intanto è contro di lui che si rivolge l'accusa unanime dell'Unione europea e degli Stati Uniti per quanto sta accadendo nel Paese.


Susan Dabbous da Terra

 

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