
Mobilitazione Nella città del summit spazio alle minoranze che bocciano il Redd delle Nazioni unite. Il programma per gli incentivi alla deforestazione rischia di cacciarli via dalla loro terre. Anche perché molti governi non riconoscono i loro diritti
«Può un documento per la lotta alla deforestazione prescindere dai diritti dei popoli indigeni?», si chiede scioccata Mina Setra portavoce di Awan, l'associazione indonesiana degli indigeni Ardupekyo.
All'interno del Bella center, nella giornata di ieri, i media erano completamente assorti dalla consegna del premio Nobel a Barack Obama e dalle rimostranze delle G77. Forse proprio per questo motivo, gli indios hanno dovuto alzare la voce davanti alla sala stampa per richiamare l'attenzione contestando un programma delle Nazioni unite che presto si abbatterà sulle loro teste. Il loro nemico si chiama Redd, il Reducing emissions from deforestation and forest degradation per «ridurre le emissioni da deforestazione e il degrado forestale». Apparentemente l'acronimo non racchiude che buoni propositi: un programma «salva foreste» ridurre l'inquinamento e salvare i polmoni verdi della Terra. Fin qui tutto bene.
Il problema è che «in Indonesia non solo i diritti dei popoli indigeni non sono riconosciuti - continua Mina Setra- , ma per il nostro governo noi non esistiamo proprio. In una situazione come questa mettere nelle mani del Paese dei soldi e finanziare un progetto di mantenimento delle foreste significa dargli carta bianca per cacciarci via».
Oltre ai governi in via di sviluppo tuttora privi di qualsiasi tutela per le minoranze vi sono anche quelli, come il Perù, che fanno direttamente ricorso alla violenza più brutale, contro chiunque di opponga alla privatizzazione delle foreste. «In realtà gli esecutivi sono ansiosi di accedere a quei fondi - spiega Francesco Martone, della Ong Forest people - concessi teoricamente per la conservazione boschiva, con l'idea di investire quei soldi in attività ben più redditizie.
La questione della Redd è oggetto di negoziati internazionali che si stanno tenendo a porte chiuse qui nel Bella Center - prosegue Martone -. L'obiettivo è preparare il documento che verrà presentato ai ministri e ai capi di governo la settimana prossima. Il problema è che con questo meccanismo si vogliono escludere i diritti degli indios, riconosciuti anche dalle stesse Nazioni unite ».
A questo punto una domanda sorge spontanea. Perché? «In questo modo - spiega la ong Forest people - i governi e le industrie che acquistano appezzamenti boschivi per compensare le proprie emissioni, possono sfruttare la debolezza giuridica delle minoranze fino a cacciarle via o limitarne la vita in riserve limitate».
Una ferma opposizione a questo meccanismo lucrativo per la protezione delle foreste arriva anche dall'Alba, l'associazione bolivariana dei Paesi latinoamericani che oltre alla Bolivia comprende tra gli altri anche Cuba e Venezuela. Il capodelegazione boliviano a Copenaghen, Pablo Solou, ha messo tutti in guardia dal rischio che i Redd possano aprire un nuovo mercato dei certificati, trasferito stavolta alla conservazione delle foreste. «Siamo d'accordo ad incentivare economicamente i Paesi a non abbattere gli alberi - spiega il diplomatico boliviano - ma questo per noi non deve avvenire con una logica lucrativa, come del resto vogliono Stati Uniti, Canada e Unione europea. Se ad esempio un'impresa dell'Europa deve compensare 1.000 tonnellate di CO2 un eccesso e per farlo compra ettari di foresta in Bolivia o in Brasile, in che modo ne beneficerà il vostro continente?», si chiede Pablo Solou.
Secondo il capodelegazione boliviano non tutte le cose hanno un prezzo. Motivo per cui Solou ancora una volta ha chiesto ieri in sede Onu il riconoscimento della Carta dei diritti di Madre Terra promulgata a Cochabamba il 17 ottobre scorso.
Susan Dabbous da Terra






