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L’invasione delle specie aliene Un rischio per la biodiversità

Dossier Lo studio della Iucn in 57 paesi denuncia la presenza in media di 50 specie non indigene. Si va dalle 9 della Guinea Equatoriale alle 22 della Nuova Zelanda. Un fenomeno in aumento a causa del commercio internazionale

Stiamo vincendo alcune battaglie, ma perdendo la guerra. Il bilancio degli esperti sulla lotta alla diffusione di specie vegetali e animali aliene, dannose per quelle autoctone, è impietoso. Bilancio possibile grazie ad uno studio coordinato dal Gisp (Global Invasive Species Programme, organismo di cui fa parte anche l'Iucn, l'Unione internazionale per la conservazione della natura), che per la prima volta quantifica il fenomeno, e lo definisce come una delle tre principali minacce alla biodiversità sul pianeta.
E «se è vero che la maggior parte delle nazioni ha preso impegni internazionali per combattere questa invasione - denuncia proprio l'Iucn - solo la metà ha introdotto leggi in materia, ma molte meno hanno messo sul tappeto iniziative adeguate».
La ricerca "Indicatori globali dell'invasione biologica" ha passato allo scanner la situazione di 57 paesi, arrivando alla conclusione che, in media, per ogni Stato ci sono 50 specie non indigene che incidono negativamente sulla biodiversità. Con una variabilità notevole: si va dalle 9 della Guinea Equatoriale alle 222 della Nuova Zelanda. Sono 542 le specie di invasori censite: 316 piante, 101 organismi marini, 44 pesci d'acqua dolce, 43 mammiferi, 23 uccelli e 15 specie anfibie.
Secondo Melodie McGeoch, responsabile della pubblicazione, il dato, largamente sottostimato, rivela un aumento nel numero e nella diffusione delle specie aliene attribuibile principalmente alla crescita del commercio internazionale negli ultimi 25 anni. Quanto possano pesare queste invasioni biologiche sugli habitat lo dimostrano alcuni casi.
Lo Yellowhead (Ochrocephala di Mohoua), un uccello endemico in Nuova Zelanda, ha sofferto notevolmente per l'aumento nel numero dei ratti: intere popolazioni sono scomparse, e altre sono diventate significativamente più esigue, tanto da convincere l'Iucn a spostarlo delle specie vulnerabili a quelle minacciate di estinzione. Stesso discorso, ma su larghissima scala, per un fungo della famiglia dei Chitridi: sconosciuto fino al 1988, ricorda l'Iucn, sta tuttavia diventando la causa del declino e dell'estinzione di molte popolazioni anfibie su tutto il globo (come, per esempio, del rospo dorato del Costa Rica), perché ne blocca la respirazione attraverso la pelle. «Per un numero crescente di esseri viventi - spiega Stuart Butchart di BirdLife International - la minaccia di estinzione è cresciuta negli ultimi anni proprio a causa della maggiore diffusione di questo fenomeno».
Insomma, «se stiamo vincendo alcune battaglie nella lotta contro le specie invasive, questi nuovi dati mostrano che stiamo perdendo la guerra». Ma l'invasione può essere arrestata: negli ultimi anni, ad esempio, il controllo delle volpi europee nell'Australia sudoccidentale ha salvato la popolazione endemica di wallaby, retrocessa nella Red List dell'Iucn fino al rischio di estinzione più basso. «Con investimenti adeguati e volontà politica - afferma Bill Jackson, vice- direttore generale dell'Iucn e presidente del Gisp - le specie invasive possono essere fermate, salvando le specie autoctone. Ma è necessario che i Paesi rafforzino notevolmente il loro impegno».

Daniele Di Stefano da Terra

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