
Ambiente Cresce lo scetticismo dopo il fallimento del vertice danese. Mentre i negazionisti tornano alla carica. Per John Prescott, esperto di clima del Consiglio europeo: «Un accordo globale al prossimo summit in Messico è impossibile»
Il negoziato post Copenhagen continua ad avanzare flebilmente. Lo scorso 31 gennaio Usa, Cina, Unione europea ed altri 52 Stati hanno riconfermato gli impegni presi a Copenhagen: mantenimento a 2 gradi del tetto massimo di aumento della temperatura terrestre entro il secolo, stanziamento di 30 miliardi di dollari nei prossimi 3 anni per i Paesi in via di sviluppo e tagli alle emissioni (non vincolanti, ma da esplicitare entro la fine del mese scorso).
L'Unione europea per il momento mantiene al 20% l'obbiettivo di riduzione entro il 2020 (rispetto ai livelli del 1990) e anche gli Usa confermano un taglio del 17% di emissioni di gas a effetto serra rispetto, però, ai livelli del 2005.
La Cina invece continua a promettere una riduzione del 45% sulle emissioni connesse alla produzione economica. Il futuro dei negoziati resto però ancora incerto e un accordo vincolante entro il 2010 sembra impossibile.
A lanciare l'allarme è John Prescott, l'attuale esperto di cambiamento climatico nominato dal Consiglio europeo. «Un accordo globale al prossimo summit in Messico è impossibile- ha sentenziato - se i ministri ed organizzazioni non governative credono che si possa ancora trovare un accordo a me non importa. Io non ci credo».
Lo scetticismo sui negoziati è aumentato dopo il mancato accordo di Copenhagen anche a causa degli sforzi per affossare il negoziato da parte di forze politiche ed economiche negazioniste. A condannare il ruolo attivo dei negazionisti è il leader dell'IPCC, il pannello di scienziati sul cambiamento del clima, Rajendra Pachauri.
Dopo uno scandalo su alcuni dati sul clima e su alcune affermazioni errate, Pachauri si è trovato al centro di una campagna di accuse per demolire il prestigio dell'IPCC. «Accuse infondate - risponde secco -.Il sistema di monitoraggio dell'Ipcc è solido e le stime rimangono accurate. Mentre la stampa ci castigava da tutto il mondo migliaia di scienziati sono venuti in nostro soccorso per difendere il valore dell'operato dell'istituto».
Insomma, regna bufera e incertezza sulle sorti del testo che dovrebbe sostituire l'accordo di Kyoto. «Per ora è stata una presa in giro per prendere tempo - denuncia Alessandro Giannì, direttore delle campagne d'informazione di Greenpeace -. Solo un cinico esercizio di pubbliche relazioni per riciclare proposte vecchie, inutili e pericolose». L'associazione ambientalista infatti denuncia sul report "il Terzo Grado" come per raggiungere l'obbiettivo di stare sotto il limite dei due gradi, le emissioni di gas serra dei Paesi industrializzati dovrebbero diminuire del 40% (entro il 2020) rispetto ai valori del 1990.
Al tempo stesso, i Paesi in via di sviluppo dovrebbero ridurre le loro emissioni, rispetto alle proiezioni previste per il 2020, di un valore compreso tra il 15 e il 30%. Ben al di sopra quindi dei buoni propositi proclamati nei giorni scorsi. Se la situazione rimanesse invariata la temperatura, infatti, potrebbe aumentare di 3 o 3,5 gradi centigradi con conseguenze catastrofiche. Secondo stime riportate da Greenpeace nel report il cambiamento climatico potrebbe essere responsabile di 300.000 morti l'anno, coinvolgendo più in generale oltre 300 milioni di persone. Oltre 500 milioni sarebbero colpite da carestie e 1,4 miliardi da malnutrizione con un aumento del 20% nella mortalità collegata al caldo in alcuni Paesi dell'Ue. Numeri che fanno riflettere e che riaccendono l'urgenza di fare pressione politica sui governi affinché i negoziati riprendano quota.
Secondo alcuni membri del Sierra Club l'approccio dal basso per quanto utile rimane insufficiente per fermare il riscaldamento globale, solo i processi dall'alto possono funzionare. Ma se le persone, le associazioni e le imprese non fanno la giusta pressione, rimarrà solo di assistere al fallimento di un negoziato dopo l'altro.
Emanuele Bompan da Terra






