Forse non ci siamo accorti di aver avuto la nostra "grande occasione". Forse non ci siamo accorti neanche di essercela lasciata sfuggire malamente. Dico noi, gli europei.
Hanno ragione gli opinionisti americani che, dopo l'accordo salva faccia di Copenaghen, hanno lanciato una strategia di attacco mediatico dicendo che, in fondo, Kyoto, "è una roba da europei". Proprio così, è stata una roba da europei, e l'attuale leadership continentale di centrodestra (ma non è che la laburista Gran Bretagna e la socialista Spagna abbiano fatto chissà che) se l'è lasciata sfuggire mancando il punto più importante: la strategica alleanza climatica con i paesi in via di sviluppo.
E così, a più di un mese da quel fallimento targato Onu e Ue, si riuniscono i nuovi decisori della partita climatica. Tra sabato scorso e oggi il gruppo di potenti nuovi e vecchi che ha elaborato l'accordo di dicembre (prendere o lasciare) si incontra a New Delhi per dare uno sbocco a quell'intesa.
Stati Uniti, India, Cina, Brasile e Sud Africa: il gruppo Basic, come si sono autodefiniti, e basic ha stavolta proprio un vago raggelante sapore oligarchico. I cinque si interrogheranno sul futuro di quel documento: entro il 31 gennaio si sarebbero dovute teoricamente raccogliere le firme dei paesi che vi aderivano, visto che per l'opposizione di sette paesi l'accordo non era diventato un trattato Onu.
Sempre teoricamente, almeno i grandi nuovi e vecchi avrebbero dovuto scrivere, in fondo alle tre pagine elaborate nella notte del 18 dicembre, gli impegni nazionali di riduzione e anche il contributo al fondo di 10 miliardi di euro che ha rappresentato il piatto di lenticchie per l'adesione dei paesi in via di sviluppo.
Allo stato attuale e al di fuori delle teorie, in cassa ci sono solo una decina di firme dei Paesi e nessuna chiarezza sui soldi e sugli impegni che dovrebbero servire a rispettare l'assunto iniziale di quel patto: arrestare il riscaldamento del pianeta a due gradi entro la fine del secolo. Nel frattempo, una buona parte delle promesse climatiche, sul piano politico, stanno andando a scatafascio. Le elezioni parziali, anzi parzialissime per il Senato americano (unico posto in lizza quello del Massacchussets, e ha vinto un repubblicano) hanno allontanato la possibilità di far approvare il climate bill, le norme che prevedono sia limiti alle emissioni che commercio dei "crediti" di CO2 sul modello europeo. La sempre più ritirata Europa a 27 ha - con le sue ragioni, peraltro - deciso di non prendere nessun impegno oltre il 20 per cento di taglio delle emissioni: ci sarebbe stato un target di 30 se ci fosse stato un accordo internazionale a Copenaghen, cosa che non è stata.
Qualche barlume arriva invece dalla politica interna dei nuovi potenti che hanno imposto il patto non patto: dal Brasile, in primo luogo, dove il Parlamento il 27 dicembre scorso ha approvato una legge sul clima che prevede target di emissione dei gas serra, cioè l'obiettivo mancato a Copenaghen. E lo ha fatto anche in barba al presidente Lula, che ha imposto tre veti sul testo, lasciando però inalterato il meccanismo di tagli vincolanti a livello interno.
Ora, con il summit di New Delhi comincia il 2010: vedremo se ha ancora un senso parlare di governance mondiale e di Europa, a livello di politiche del clima e non solo.
Lombardo da Terra






