di Vincenzo Ferrara
L'accordo di Cancun ricco di dichiarazioni di principio, ma povero di contenuti attuativi, se da una parte tenta di ridare fiducia nella efficacia di negoziati internazionali multilaterali, suona dall'altra parte come un campanello di allarme per tutto il tempo finora speso per conseguire risultati non essenziali. Ma la Conferenza di Cancun, cosi quella passata di Copenhagen, deve farci riflettere anche su queste grandi riunioni multilaterali con migliaia e decine di migliaia di delegati, summit che rischiano ormai di diventare le Conferenze degli Zombi, come le ha definite il Segretario di Stato per l'Energia della Gran Bretagna.
Sarebbe forse necessario sforzarsi a chiarire, il significato profondo della Unfccc, la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, piuttosto che cavillare, come è successo, su bizantinismi sottili di inutili emendamenti al protocollo di Kyoto o, peggio ancora, perdere tempo imbrigliati in sessioni negoziali dominate solo dal gioco a ping pong fra Cina e Usa. I cambiamenti del clima sono senza dubbio l'effetto osservabile di uno sviluppo socio economico mondiale che non è più sostenibile dagli equilibri del sistema climatico globale. Sebbene la Unfccc, sia stata scritta tra l'inizio del 1991 e l'inizio del 1992, alla fine di un processo iniziato nel 1979, e sebbene non contenga esplicitamente i concetti dello sviluppo sostenibile, tuttavia l'obiettivo della mitigazione dei cambiamenti climatici, di cui parla la Unfccc, non è solo il numeretto magico da trovare per definire il limite alle emissioni che compete a ciascun Paese, ma è la decarbonizzazione delle attività umane.
Nei negoziati internazionali ci si accapiglia e si litiga sul numeretto, perdendo di vista la decarboniczzazione della società che rappresenta la vera finalità e l'obiettivo delle azioni. Svincolarsi totalmente dalla dipendenza dei combustibili fossili non rappresenta solo un obiettivo di riduzione dei rischi di cambiamenti climatici generati dalle attività umane, ma anche un obiettivo di sicurezza energetica e di protezione dell'ambiente. La riduzione e l'azzeramento delle emissioni di gas ad effetto serra e degli altri inquinanti è una conseguenza dell'obiettivo della decarbonizzazione e dell'efficienza energetica, non la premessa.
Il riferimento dei limiti delle emissioni, su cui spesso si litiga e non solo nelle sedi negoziali, rischia di non avere alcun significato pratico senza un riferimento per la decarbonizzazione delle attività umane che può essere misurato sia attraverso l'intensità energetica (energia usata rispetto al Pil) o l'intensità carbonica (combustibili fossili utilizzati/Pil), sia, ancor meglio, attraverso la "carbon footprint" (il contenuto di carbonio nei prodotti e nelle merci).
In questo contesto, gli strumenti economici per decarbonizzare e rendere efficiente la società sono costituiti da quelli della "green economy", non certo da quelli che alimentano le speculazioni internazionali o le rendite parassite che destabilizzano i mercati, e neppure da quelli che favoriscono le grandi truffe internazionali come purtroppo sta avvenendo con il "carbon market" e con il commercio dei permessi di emissione.
Lo strumento più semplice e democratico appare essere la tassa sul carbonio, ma non una tassa sulle emissioni di anidride carbonica, bensì un'imposta sul contenuto di carbonio dei prodotti e delle merci in base alla loro "carbon footprint", uno strumento, questo non a caso fortemente osteggiato da quelli che, per interessi faziosi, si oppongono ad una evoluzione verso lo sviluppo sostenibile e la "green economy".






