
A volte, i piccoli segnali colpiscono più di quelli su grande scala. E a colpire il pubblico di delegati al vertice sul clima sono le foto dell'effetto di una scia di passi di un ignoto camminatore sulla coltre di ghiaccio groenlandese.
Attorno a quei piccoli segni neri, dove la polvere si deposita maggiormente, si fondono vere e proprie buche, che poi diventano crepacci. Fa troppo caldo, basta un nulla per ampliare gli effetti del cambiamento climatico. A presentare ieri il rapporto che aggiorna i dati dell'Ipcc sullo scioglimento dei ghiacciai polari e montani, sono gli autori di uno studio del Polar Institute norvegese che ha coinvolto 40 ricercatori e che è stato commissionato da Al Gore.
Le enormi distese gelate della Groenlandia sono molto più a rischio di quanto si pensasse finora: dal 2002 si fondono ogni anno 160 miliardi di tonnellate di acqua dolce che vanno a riversarsi in mare, dove provocheranno in questo secolo un innalzamento medio di almeno 5 centimetri del livello degli oceani. Un pezzo non trascurabile del metro globale di risalita delle acque marine che oggi gli scienziati calcolano, contro le previsioni di 40 centimetri fornite solo due anni fa dal panel di scienziati Onu.
Risultato: nel secolo in corso sono ad alto rischio oltre due milioni di chilometri quadrati di coste in tutto il mondo e 145 milioni di persone, soprattutto nel continente asiatico, corrono il pericolo di veder andare sotto acqua case, città, campi, industrie, insediamenti turistici. Numeri che paiono correre su un binario parallelo alle trattative: come riassume il ministro danese Connie Hedegaard, presidente del negoziato, «abbiamo solo 48 ore per stringere un accordo». Il Polo Nord è da decenni sotto osservazione: è il luogo dove i cambiamenti climatici avvengono con maggiore violenza.
La Groenlandia è diventata suo malgrado laboratorio di eccezione sullo studio dei cambiamenti climatici, studi che inclinano verso un continuo peggioramento della situazione a quelle latitudini e anche alle nostre. Gli scienziati del Polar Institute norvegese spiegano nel rapporto definitivamente e ufficialmente reso noto ieri al summit di Copenaghen che le ottimistiche stime sul fatto che la superficie polare non sembrava diminuire rispetto all'anno precedente, invertendo la tendenza che durava da decenni.
Ma è bastato andare a guardare un po' più da vicino, hanno spiegato ieri gli scienziati norvegesi del Polar institute, per scoprire che la perdita interessa oggi il volume dei ghiacciai artici su un'area di 4,5 milioni di chilometri quadrati. Il problema, a differenza di quello che avviene per lo scioglimento dei ghiacci sulla terra (come quelli groenlandesi o antartici) non è l'aumento del livello del mare ma la diminuzione della capacità del pianeta di riflettere i raggi solari.
Quando la superficie ghiacciata diminuisce, il calore viene assorbito più efficacemente, contribuendo al peggioramento della situazione climatica. «Il distacco degli iceberg sta accelerando, e questo peggiora naturalmente il rischio di scioglimento del ghiaccio: la situazione appare veramente grave», assicura parlando ai delegati del vertice sul clima una delle autrici del rapporto, Dorothe Dahl-Jensen dell'Università di Copenaghen.
Ma l'effetto specchio globale diminuisce - su scala immensamente minore - anche per la perdita dei ghiacciai montani, la cui diminuzione - avvertono i ricercatori scandinavi - si sta facendo sentire sulla diminuzione della disponibilità di risorse idriche soprattutto in Canada, Europa e Asia centrale. La media delle precipitazioni nevose cala nel Nord Europa dell'1,5 per cento e, se la maggior parte della diminuzione si registra nei paesi scandinavi, anche le Alpi, soprattutto quelle occidentali piemontesi, rientrano nella categoria degli hot spot.
Insomma, secondo il mondo scientifico, i cambiamenti climatici stanno andando a una velocità molto maggiore di quanto previsto finora. Una velocità che dovrebbe parlare al mondo politico, ingessato in questi giorni di trattative in un incessante tira e molla in cui nessuno sembra voler veramente fare il primo passo per un impegno stringente per la riduzione dei gas serra e per lo stabilimento del fondo per lo sviluppo. «Dobbiamo muoverci ancora più urgentemente, dovremo tenere la prossima Cop a giugno in Messico», ha detto ieri il climate guru ed ex vicepresidente degli Usa Albert Gore, in un affollato appuntamento nella sede del vertice di Copenaghen.
Ma in verità, a frenare realmente gli accordi sono proprio gli Stati Uniti, la cui reale partecipazione è resa impossibile dalla mancanza di mandato politico a trattare sia sul taglio delle emissioni che sul fondo per l'aiuto ai paesi in via di sviluppo. Quindi, in questo momento una nuova consapevolezza si aggira tra i negoziatori e la spiattella la danese Connie Hegaard: «Possiamo fallire», dice ieri pomeriggio aprendo la cerimonia di inaugurazione del segmento dei capi di Stato, rendendo chiara la sensazione di pessimismo che si respira ormai da un paio di giorni al Bella Center.
Così, le trattative proseguono a ritmo serrato, ma le posizioni non paiono avvicinarsi. I paesi in via di sviluppo non accetteranno la cancellazione del Protocollo di Kyoto, l'unico che ha garantito finora l'azione dei ricchi della terra. Cina, India e Brasile non vogliono limitazioni, soprattutto in mancanza si un passo in avanti degli americani. Gli europei sono in difficoltà. «Le parti sono divise su un numero significativo di questioni», ha ribadito il negoziatore Usa Todd Stern, rilanciando per l'ennesima volta gli obiettivi a lungo termine, al 2050.
Simonetta Lombardo (da Copenhagen) da Terra






