
Copenaghen Al summit, Lisa Jackson, direttrice dell'Agenzia ambientale americana, spiega che il suo Paese sta già mettendo in atto politiche positive per il risparmio energetico, l'efficienza, il ricambio di auto ed elettrodomestici
I paesi in via di sviluppo protestano contro la bozza di accordo elaborata dalla presidenza danese; i paesi più poveri cominciano a distinguersi da quelli in via di tumultuosa crescita, Cina e India; gli Stati Uniti chiariscono che qualunque cosa succeda nel vertice il paese si sta avviando sulla strada della green economy e quindi del risparmio delle emissioni serra.
Questo il quadro complesso e in movimento vorticoso a soli tre giorni dall'inizio del summit di Copenaghen.
Certo, la notizia di ieri è che gli Stati Uniti scendono nell'arena di Copenaghen rassicurando il mondo sulla loro volontà di andare avanti: «Dobbiamo agire ora», ha detto in una conferenza stampa Lisa Jackson, direttrice dell'Epa, l'Agenzia ambientale statunitense. E ha spiegato il percorso che l'amministrazione Obama ha intrapreso, al di là dell'approvazione della fatidica legge sul clima. Risparmio energetico, ricambio degli elettrodomestici e delle auto: il sogno americano, anche se in verde, non disdegna l'automobile ma richiede modelli che trangugiano meno benzina.
Entro il 2016, ha spiegato Jackson, le auto consumeranno 1 miliardo e 800 milioni di tonnellate di carburante in meno rispetto a oggi grazie ai nuovi standard. Oggi, solo quello che si consuma sulle autostrade Usa produce lo stesso effetto sul clima del taglio annuale della Foresta amazzonica. Ma le cose cambieranno: in America «lavoriamo per l'energia pulita», ha concluso la responsabile dell'Epa. Mentre l'altra campana politica, l'ex candidata alla presidenza Sarah Palin, sul Washington Post, ha chiesto a Obama di «cancellare Copenaghen» che altro non sarebbe se non il frutto avvelenato del climategate.Posizioni in un certo senso dovute, da un falco come l'ex governatrice dell'Alaska.
In compenso, le divisioni non mancano neanche all'interno del Bella Center che ospita il summit. I ricchi - o almeno una parte fra loro - hanno scoperto le loro carte.
La bozza ufficiosa danese che ora è uscita dalla clandestinità disegna un accordo diverso da quello di Kyoto, facendo saltare i target di riduzione così come sono stati concepiti finora; di fatto include i paesi in via di rapido sviluppo in uno schema di taglio delle riduzioni con obiettivi fissati, attraverso la definizione di un anno di riferimento per il picco di gas serra in atmosfera; propone quella che i delegati africani hanno definito come una «mancia» di 10 miliardi di euro l'anno per le nazioni povere.
Secondo gli analisti, un accordo di questo genere significherebbe la continuazione di un trend di iniquità, con l'assegnazione di quote di emissione di gas serra pro capite di oltre 2 tonnellate e mezzo l'anno per i cittadini della parte agiata del mondo contro le 1,4 tonnellate assegnate agli abitanti dei paesi poveri. Tanto da far indignare i delegati dei paesi africani.
Il sudanese Lubumba Stanislaus Di-Aping, portavoce del G77 (raggruppamento dei Paesi in via di sviluppo) ha chiarito che «non ci possiamo permettere il lusso di cestinare questo vertice per un gruppo di leader che vogliono tutelare i propri interessi economici ».
Da parte sua, il cosiddetto gruppo Basic (Brasile, India, Cina, Sud Africa) propone un altro accordo: mantenimento del protocollo di Kyoto; responsabilità del taglio delle emissioni ai paesi che le hanno provocate storicamente; nessun target di riduzione per le nazioni meno sviluppate. Ma, come sempre quando ancora non si tirano i fili, le cose sono ulteriormente complicate. Infatti pare proprio che il fronte dei paesi in via di sviluppo si stia dividendo in due fronti: da una parte i poveri ma non troppo (il Basic) e dall'altra i poveri poveri che corrono i maggiori rischi rispetto al cambiamento climatico, cioè il Bangladesh e gli stati delle Piccole isole del Pacifico.
Sarebbero questi ultimi a essersi accorti che la grande alleanza favorirebbe solo i più potenti e si starebbero preparando a chiedere che i giganti in tumultuoso sviluppo adottino dei target di emissione.
Susan Dabbous (Copenaghen) da Terra






